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July 30 Aringhe (di ritorno dalla Danimarca)21-27 luglio, 6 giorni di Danimarca con puntate in Svezia e Germania in 28 tra storici dell’arte e architetti (ahimé non il mio amato!)– e qualche imbucato. Vacanze tutt’altro che rilassanti per alcuni, perfette per me, avida di fare cose e vedere gente, direbbe Moretti. Restano una quantità nipponica di foto, chili di carta di depliant, testimonianze esaltate di musei bellissimi, e qualche angolo poetico che mi piace fermare qui, in memoriam.
Al Museo di Malmo, dopo il video di Petra Lindholm, No End, 2005, in sottofondo “The Ark”. Chissà come sarebbe vivere una di quelle scene di addio…lasciare una città dai contorni più anonimi della mia, un luogo fuori dal tempo, fatto di luci, traffico e scie di fumo e di clacson – un taxi, una fuga, una musica struggente appena velata di voci e suoni e gesti rallentati, che ti trascina nel ricordo doloroso di ciò che lasci, e ti schermisce dal coraggio improvviso di voler andare – una mano sulla fronte a sorreggerli, i pensieri, mentre la melodia si fa più acuta e arriva fin giù, in questo frammento di semafori e bivii, a trafiggerti il cuore, a inciderti l’anima.
Dopo aver visto i quadri di Emil Nolde, a Seebul. A volte sembra di sentirlo, il rumore ruvido di queste pennellate d’oltremare, nel gesto lento e poi ossessivo dell’ispirazione.
Di ritorno, sulla via di Billund. Le luci. Qui la gente ha l’abitudine di lasciare accese le luci – piccole abatjour di design – sulle finestre che si affacciano su strada. “Le luci nel buio di case intraviste da un treno”. Quasi a testimoniare “ci siamo” – un vago memento di ospitalità, un barlume vitale in queste vie deserte che fanno dubitare di una presenza umana reale e serena, che hanno una parvenza di onirico, magico e maledetto insieme, da questi cieli grigi, grandissimi.
July 03 Città-nessun luogo è lontanoIn questi giorni di Palio, io, senese per finta, la mattina attraverso la Piazza, e il tufo e gli odori e la gente, sì, a volte ho come l'impressione ridicola che quel posto sia fatto per essere così-e insieme provo una certa intolleranza, un po' di senesismo che riaffiora-per le vie straffollate di turisti vacui in città. Anche Brandi sentiva questo, amore e odio, senso di appartenenza ed esclusione, rifiuto e ammirazione, "dolente e splendente" nel cuore. E penso a Kavafis, alla città che ti verrà dietro.... Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare. Non troverai altro luogo non troverai altro mare. Penso a come così spesso, qui, non mi senta a casa, ma straniera. E come la mia anima sia lì, in quei due punti curiosi dell'universo, che sono Venezia e Anversa, che tanto significano per me e per quello che sono. Venezia-che a sua volta è un insieme di ritagli di libri e poesie, e tanto più di colori e sensazioni- la senti addosso fin da Mestre, quando attraversi, col treno, la laguna arida e salmastra, e intravedi i profili amici dei campanili della Madonna dell'Orto e dei Frari. Venezia è l'accento puro e acuto dei venditori d'ortaggi e d'ombrine, in Santa Maria Formosa; è l'umidità acre sui muri delle calli di Cannaregio, e il silenzio del Ghetto; è l'oro di San Marco, abbacinante e sacro, che per quelle tre-quattro volte nella vita, ti dà un'intuizione dell'infinito, e ti ferma un sospiro di commozione. Venezia per me è Suor Leonard, è un pontile su cui sedersi a riflettere, aiutati dai riflessi del Canal; è la pace, lontano dalle impensabili cronache, e dalla vita reale, eppure affiancata dall'effimero doloroso dell'Isola dei Morti, San Michele. Venezia è Michele, Albrecht che legge Nietzsche, Agnese, Chiara Pigi Ilaria e Christian, e io invece, lì, sola, anche quando ci son stata con qualcuno; perché Venezia è mia, e ne vado gelosa, eppure è un qualcosa che ho bisogno di condividere con chi amo, con chi può capire. Anversa, o Ant'werpen, detta alla fiamminga, perché il mio spirito è flemish. Anversa è tutta una serie di parole in inglese, é Marika, Uli e Padre Rudi; è pioggia, leggera, senza ombrello; le case col tetto a gradini, e le chiese coi calvari; è camminare senza meta alla ricerca dei posti più assurdi, i profumi di waffel e patate fritte, le mousselen e tanta birra. Anversa è Rubens, i colori sfaldati dalle luci e dalle vetrate, è l'albero accogliente di ConsciencePlein, è il modo ridicolo in cui i piedi ti portano verso casa, la tipografia di Plantin Moretus, e "die Cathedraal", è un negozio vizioso di cioccolatini, e il porto di luci dei docks e delle biciclette. Anversa è il limite di questo mondo, le navi che vanno, il fiume che corre, il cielo che cade. E ancora Brandi, un nume: "i miei sogni, quando sogno, sono là". Nelle città in cui più ho sofferto, e in cui subito però la vita mi è risalita al cuore, piena e "viva". May 19 Gli ostacoli del cuore, ovvero: chi ha paura dei fantasmi?Piove come nelle mie migliori giornate belga, e ho voglia di camminare, e nascondermi un poco sotto l’ombrello. Ripararsi, un poco, dagli occhi degli altri. Ho voglia anche di piangere, e mi chiedo solo, con tutto il dolore che bussa alle palpebre: quanto ancora ci saranno questi fantasmi? E soprattutto, se sommi quelli di entrambe le parti, riusciremo prima o poi a non sentirli più? Io non sono capace di dimenticare quella maledetta sera in cui, tornando a casa, avrei desiderato fare un frontale, almeno finiva tutto, tanto era il terrore di affrontare quella realtà, domani. Non sono capace di dimenticarlo ma lo metto da parte, cerco di non pensarci, mi convinco che il passato è fatto di libri che si chiudono, e di cose che pensi in quel momento e subito per fortuna capisci che sei un cretinoide, che devi ancora vedere Cuba, volare col parapendio, fare un figlio, e cento altre cose belle per cui vivere-sopravvivere val sempre la pena, ci mancherebbe! Però certo che la paura resta. Riaffiora infida tutte le volte che il tuo cuore precede la mente e ti lasci andare e poi ti si insinua un dubbio, una stupidaggine, e tutte le ansie ritornano lì e non riesci a ordinarle e ragionarci, solo rivedi tutte le coincidenze e le dissonanze, e a quel punto rieccoti lì, in una sofferenza che si rifa viva e attuale. E avrei voglia di chiamarmi subito fuori anche io, finché sono in tempo. Fare come quando eri piccola, che ti ringuattavi sotto la scrivania, nessuno poteva trovarti, bastava tapparsi le orecchie e non sentivi niente, dopo un poco tutto passava, uscivi e il mondo era il solito, tranquillo, non dovevi spiegar troppo a nessuno, a te stessa in primis, però, lì, eri al sicuro. “Tante cose che non sai di me, quante cose che non puoi sapere, quante cose da portare nel viaggio insieme”. La fiducia, come la conquisti? È un fatto di tempo, o la concedi “a pelle”, come una sensazione lieve di pace serena? Forse si dovrebbe con incoscienza andare avanti senza porsi domande, lasciarsi correre le cose addosso, prendere tutto il bello, senza pensare. A volte ci riesco, poi, mi conosco, pretendo qualcosa di più. Non è questione di promesse, lo so che “di doman non c’è certezza”, però è un qualcosa di impalpabile che misuro sul mio desiderio di “addomesticarsi”, direbbe la volpe al piccolo principe. E ogni riserva la percepisco come una minaccia, e mi batterei la testa da sola, perché non ho diritti da accampare, e neanche doveri, se non verso me stessa, e cioè, anche per me, la parola d’ordine: tutelarmi. Difendermi. Salvarmi. Però…le vele abbassate nel porto. Non mi posso nascondere sotto la scrivania a trent’anni. Non posso prevedere quel che può succedere o comandare i miei sentimenti o quelli altrui. Posso fare solo di tutto perché non vadano perduti, per questo non un solo bacio andrebbe risparmiato, non una sola parola in più che potrebbe chiarire, non un silenzio dolce quando si è lì abbracciati. Uno chiude gli occhi, e incrocia le dita dietro, senza farsi vedere... Ti voglio bene anche io, e scusa se ho paura. George Gray Molte volte ho studiato Perchè l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. Dare un senso alla vita può condurre a follia,
E.Lee Masters, Spoon River Anthology
April 24 Sunshine on my shoulders makes me happyRisuona John Denver e un po’ di sana chitarra folk. Riscrivo dopo diverso tempo e con animo diverso (notare il chiasmo!): è un momento importante, il lavoro, la casa nuova, i nuovi incontri. Sono ottimista, magari è il cornino che mi hanno regalato Silvio e gli altri, anche se non ci credo troppo a queste cose, però pare funzionare!!; magari è il normale decorrere delle cose e degli eventi (se Dio vuole, in tutti i sensi); o forse sarà la primavera, direbbe laconicamente nonna Michelina. In effetti, proprio come date, si conclude anche l’anno della sfiga, che rientra in una delle paperinesche ricorrenze della mia vita, che va a cicli, neanche fosse un libro scolastico di gentiliana memoria. Vado in giro un po’ trasognata, ultimamente, eppure presentissima a me stessa, e mi riscopro per quella che sono, in armonia col mondo e con gli altri, a volta un po’ malinconica, ma q.b., come nelle ricette. Ieri, parlando con Simone, ho ripensato al buon vecchio Holden, a quando ascolta quella canzone del “prenditore” di bambini nel grano, che è un’immagine assurda, si badi bene, però mi fa pensare ad una situazione di levità sconfinata, con queste risate argentine, e il senso di rinascita e consapevolezza insieme. Le anatre del Central Park, l’arcobaleno che per magia si forma nelle pozzanghere quel giorno che la tua classe andava in gita al museo e il tuo compagno di banco non c’era, e tutt’intorno odore di pioggia e cherosene; Jane, che l’accarezza sulla nuca, mentre sono al cine; e tutta la rabbia e la forza di quelle frasi di chi vuole diventare grande, a dispetto dei grandi, a sua volta... A quell’epoca, leggendo Salinger, riconoscevo nella mia testolina cretinetti una lista di qualità del presunto “ragazzo ideale”: quel famoso “prendersi per mano”, come fosse la cosa più naturale, senza che nessuna delle due si dimenasse o morisse nell’altra; e poi ancora altre cose che negli anni si sono veramente rivelate quanto mai inutili e assurde. Oggi non mi pronuncio, ché tanto romanticona son rimasta; e questo è un grande sollievo, perché temevo di non esser più capace di avere gli occhi a cuore come Spank, e di essere serena, e lasciarmi andare. E invece queste son le sorprese e gli scherzi dell’esistenza, e magari devi passare attraverso la sofferenza o la solitudine per apprezzarle e meritarli, però quando ti ci trovi, non ci devi pensar troppo, le “cose vecchie”, che già eri riuscito ad accantonare, diventano più lontane, vanno a finire nei cassetti giusti, e ti senti pronta, ad abbracciare i bimbi che ti vengono incontro nei riflessi d’oro del grano. [anche Sting, per par condicio...http://it.youtube.com/watch?v=rCNJBopK25I] April 08 Luoghi comuni del martedìPiccola polemica per i giorni grigi. Oggi è un cielo che verrebbe già di suo voglia di mettersi a piangere a dirotto, e poi ho questo groppo alla gola, che non è dolore, è disgusto allo stato puro. Apro la finestra e mi butto di sotto. Non ci sono neanche macchine, quindi poco danno. In ufficio fa freddo, e questa mia recente abitudine a mettermi assurdi gilet ora mi provoca pentimento. A parte questo, che le stagioni non son più quelle di una volta, e che i miei neuroni stanno andando in ferie, mi risuonano in testa le parole dei sacrosanti Simon&Garfunkel, “all lies and jests still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”, mondo fatto di bugie, gente che si tappa le orecchie e vede ciò che fa comodo soltanto. Lo dico nell’amarezza più bieca e con una punta d’odio cristallino. Mi ripeto che nella mia sgorbia vita qualche punto fermo ce l’ho, e chi non lo osserva rientra nel libro nero. La coerenza di pensiero, ciò non togliendo che le persone evolvono (regrediscono) e cambiano; la fedeltà e la fiducia, che non vanno mai tradite; il rispetto, che è meritato da chiunque, compresi i “peccatori” o coloro che sbagliano; la chiarezza, laddove possibilmente non rasenti la maleducazione, ma si accosti al principio quasi fanciullesco della limpidezza d’animo. Il “nostro” le ha infrante tutte, ergo stamattina, ore 8.05, in camera mia, canticchio “Farewell” di Guccini, “forse un tempo poteva commuovermi, ma ora è inutile credo perché, ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me”. Resa, bandiera bianca, addio. April 02 Top twenty dei worse daysBoh, va così, piatta, everyday similar to another, senza troppe emozioni, non c’è più né dolore né gioia, impermeabile a tutto, ogni tanto qualche punta di serenità, dalla sagra del ciambellino a Rigomagno in poi, il resto un riempire spazi in attesa che succeda qualcosa, un deserto dei tartari di no’artri, una metavita pirandelliana, pochi sogni ormai prima di addormentarsi e il vuoto al mattino quando ti svegli. Forse era l’unico modo per difendersi, questo. Nascondere tutto in un angolo del cuore e della testa, andare avanti a macchinetta, un po’ rassegnati, un po’ talmente disillusi che proprio non c’hai voglia nemmeno di ricordarlo a te stessa. E comunque mi ricordo che il buon vecchio Andrea De Carlo parlava di “collegamenti neutri”, periodi vacui tra due ere significative, che attraversano le nostre esistenze e le preparano alle cose grandi. Un collegamentissimo questo, lungo chissà quanto ancora, e pace, uno se lo carica in spalla e via. Oggi sul mio pollicino, dove anche l’ultima parvenza romantica si è svelata fallimentare (curiosacci i miei lettori, l’eroe è padre di famiglia), dopo aver visto il solito fagiano grasso in uno degli orti di via dei Tufi (e averlo immaginato bello in salmì su un piatto di sugo), ho iniziato a pensare alla “mia” compilation di adesso. Il protagonista di “Alta fedeltà”, altro cult malsanissimo di questo periodo, sottolinea che fare una compilation richiede un lavoro attento e cesellato, e l’unico desiderio che ho in questi giorni prevede una parentesi musicale di intermezzo che vorrei colmare con tutto quel che ho dentro, per sentirmi meno sola e triste in quella situazione, e per spiegare quel che non posso dire. E allora, visto che ultimamente si viaggia ad Ipod, ecco la mia playlist di oggi.
Buon ascolto, signori. March 13 Primo incontroIo lo sapevo che non dovevo leggerlo. E oltre tutto l’ho anche infamato qui, pubblicamente, quel libro (tant’è che, con la mia solita coerenza, subito dopo mi sono andata a leggere tutte le sue cose e vedere tutti i suoi film-peraltro, proprio “La febbre” è stato il primo film visto con l’Innominabile). Fabio Volo, ora ti odio. Fatto sta che da quando Diovoglia mi hanno assunto e sono costretta a orari un poco più civili, prendo sempre l’autobus (cipollino, Fede?) delle 8.32 (memento, dovrei prendere quello prima, ma ormai quest’abitudine ha i suoi risvolti troppo positivi). Ormai ho imparato. Passo alla Coroncina, e non controllo se l’autobus è già lì, guardo se LUI c’è, in piedi da una parte con quel giacchetto petrolio abbastanza demodé; mi sorrido, passo oltre, parcheggio, fermata, e zacchete, mi metto a sedere su quei sedili strascomodi sul fondo, che pare di essere sulle montagne russe, e LO anticipo sul tempo. Sottolineo che la mia forza di volontà è diventata talmente grande grazie a lui, essendo ormai pronta allo scatto folle, al semaforo, per sorpassare il fatidico mezzo e recuperarlo con la grazia del camper di Topolino e Paperino in montagna oltre le curve dei Tufi, con grande dispendio di carburante e tensione pre-ufficio. Lui, il ragazzo dell’autobus, che pure mi pare di riconoscere in qualcuno di già visto e sul quale ho chiesto informazioni in giro (da una parte mi hanno detto “è gay”, dall’altra “ha un figlio”, direi che nella media il sondaggio corrisponda alla mia proverbiale fortuna in amore… se è amore avere questo piccolo gioco desiderio piacere di cominciare la giornata con una figura sconosciuta ma cara nei pochi minuti che mi trasportano dalla regina Maab alla scrivania); un ragazzo normalissimo, smilzo come piacciono a me, un po’ fumino ma ironico, con gli occhi chiari intensi, e un berretto da ragazzino. Insomma, lui, a quel punto sale e l’unico posto libero è accanto al mio, parimenti scomodo, al punto che sei costretto, per tutto il viaggio, a puntare i piedi a mo’ di radici per evitare sbandamenti nelle curve di cui sopra. Oggi mi ha parlato. Per tutto il tragitto, io ero stata lì sul mio Moon Palace di Paul Auster (in inglese, si badi bene, per svegliarmi tutti i neuroni del mattino), e lui coi suoi Talebani di Rashid. È da martedì che glielo punto, quel libro. Martedì, ode al mio genetliaco, mi era venuta anche voglia di sbirciarci dentro, cercando un appiglio alla conversazione, pronto ad intortarlo con la storia che sono volontaria di Emergency etsitera etsitera. Poi lui si è messo a parlare col suo amico - un altro affezionatissimo del pollicino, che avevo anche visto altre volte, e che identifico col commesso di una nota libreria cittadina, apparentemente uscito a sua volta da un romanzo dickensiano. Oggi eravamo proprio fianco a fianco, ad urtarsi di continuo per il traballio incostante del bus, ero lì con la frase sulle labbra: “Il tuo, com’è?” - riferendomi ovviamente al libro galeotto - quando, sfighissima penso, sulle porte incombono i controllori, creature mitiche e maligne per chi come me vive una buona parte della giornata su quelle quattro maldestre ruote. Fermano solo una tizia che scende, come una vecchina incallita inizio a sfoderare dal portafogli il mio abbonamento, occhio obliquo a vedere se lui faccia altrettanto, “avesse un nome!”, ma i due bravi non salgono, le porte si chiudono e via. Lui inizia a parlare. A mois?? Per forza, mezzo bus si è svuotato vedendoli. E da lì non me ne accorgo, ma inizia una tiritera su noi pollicinisti, sul fatto che bastava star su per non esser multati, sugli orari e le linee che prendiamo, e io che ne so, come sempre, inavvertitamente, inizio a sparare cose vacue e ragionevolmente stupide, capaci di fugare qualsiasi charme dalla mia persona. Lui ha gli occhiali da sole, un pochino ci si guarda parlando, ma io son seduta e lui in piedi, col solito borsetto di sguincio, e il tutto avviene in un arco di 37 metri di percorso, circa. Lui scende, io faccio tutto il tour, e dopo un banale "ciao" lo sento salutare una signora dicendole la stessa frase detta a me, “bastava non scendere”, e mi pervade una gelosia cosmica, e un senso di tristezza, e un preghiera “girati girati” che prescinde dal mondo reale e fa veramente troppo film per questa sgorbia mattina di marzo. Però domani barbatrucco, ci salutiamo e parliamo - ma un po’ della magia, adios, si è persa. March 11 Tondi tondiTrenta tondi, ok. Anche se lo saranno alle 6 del pomeriggio, come dice mia mamma. Nonna rifarà la solita tiritera della nascita, che babbo fumava cento sigarette, e poi corse a casa a mettere il fioccane rosa all’ulivo, e che mio fratello era emozionato, e io piccola e indifesa, e si commuoverà come una bambina a pensare al tempo che è passato, al nonno che non mi ha conosciuto, al fatto che sono grande, e ancora così, stranita. Sotto la pioggia battente e il mezzo sole di oggi sono stranita. Al solito, se uno fa il punto di quello che si aspettava di essere e di fare a trent’anni, resta per forza stranito. Oggi mi siedo allo specchio e ho dalla mia tante cose belle e tante insoddisfazioni, ma nel bilancio alla fine devo concludere in positivo che sono una bella persona, e che ho tanti amici cari, che faccio più o meno quello che mi piace (salvo il fatto che ultimamente a lavoro mi sembra di essere la signorina Silvani), e che mediamente sono in armonia col mondo. Mediamente. Un anno fa a quest’ora mi svegliavo con gatti in giro e regali a sorpresa, e l’armonia era più forte, palpabile, sincera; ora preferirei avere un grande buco di due anni e più nei miei ricordi, e sarei molto più tranquilla, meno malinconica e stanca perlomeno, ed inutilmente speranzosa di ricevere un messaggio che non avrò, perché se c’è una cosa che ho imparato in questi sgorbi 6 lustri, è che, baglionescamente, la vita è adesso, e guardarsi indietro è un’abitudine inutile e truffaldina riservata solo a pochi, tutt’altro che eletti, mezzi poeti strascicati e intristiti. Da grande. Penso a “Big”, a Tom Hanks che suona “dodomimilaladodo” sul tastierone del negozio di balocchi, e in fondo non sono troppo lontano da questo, a volte. Un po’ mi consola, un po’ mi preoccupa. Ma oggi ti tirano le orecchie comunque, quindi, ça va. February 20 Paradossi del viaggiatore (di ritorno dal Nord)Tornata da Mantova, sulle tracce del povero Gian Girolamo Carli, a suon di torta sbrisolona e portici color pastello. Sulla via infinita del treno Mantova-Modena-Bologna-Firenze-Empoli-Siena (e chi più ne ha, più ne metta), mi soffermo su qualche riflessione cosmica, degna della mia mente consumata ormai dai manoscritti settecenteschi e ridotta ai minimi termini.
1. Le Badesse. Un luogo mitico e misterioso, come un racconto di Buzzati. Da dovunque tu ci approdi, non arrivano mai. Vai verso, ti allontani da, direzione Siena o Firenze, superstrada o treno, leggi i chilometri e nella mente e nelle ruote si decuplicano con un effetto di straniamento definitivo, tipo il binario di Harry Potter.
2. I benzinai. Ma i casottini dei benzinai li hanno costruiti ispirandosi alle Lego o viceversa?
3. Le finestre illuminate. "Le luci nel buio di case intraviste da un treno, siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa, e il cuore di simboli pieno...". Ha ragione il Maestrone che mentre sei lì nel vagone e tutto ha un contorno indefinito nell'ombra e nel vento, il tuo occhio si appiglia a quelle luci, e immagina storie, e parole, e persone.
4. Gli incontri sul treno. Cosa c'è di più romantico e speciale? L'incrocio di qualche sguardo, la goffaggine nel caricarti di quintali di sporta e di voler accennare un sorriso, la totale consapevolezza che è tutto finto e verissimo insieme, ché poi scenderai in una stazione chissàquale e finisce tutto. Come quando ti svegli, e sei arrivato.
Mind the gap.
February 04 In ferieÈ un po’ che agli amici che vorrebbero presentarmi qualcuno o inciuciarmi con un altro, mi viene di rispondere “no no, sono in ferie”. In ferie da che? Si spiega facile. Son le ferie di chi è in cassa integrazione, a voler essere politici; son le ferie di chi ha bisogno di evadere, a voler essere romantici. Son le ferie di chi non vuole più niente, né gioia né dolore, a voler essere realisti. Come si arriva a questo è più difficile, e duro da accettare. Prendo in prestito un intervento che copio da Dani, che mi perdonerà per il plagio, che a sua volta è da Fabio Volo (che mai avrei pensato di citare in una confessione così). “Sai come si dice in inglese studiare a memoria? By heart, col cuore... Ecco, in questo senso intendo. Conoscere una persona by heart, a memoria, significa, come quando ripeti una poesia, prendere anche un po' di quel ritmo che le appartiene. Una poesia, come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi, farsi penetrare dal suo ritmo. Ecco, questo mi piace. Mi piace stare con una persona intimamente perché vuol dire correre il rischio di diventare leggermente diversi da se stessi. Alterarsi un po'. Perché non è essere se stessi che mi affascina in un rapporto a due, ma avere il coraggio di essere anche altro da sé. Che poi è quel te stesso che non conoscerai mai. A me piace amare una persona e conoscerla a memoria come una poesia, perché come una poesia non la si può comprendere mai fino in fondo. Infatti ho capito che amando non conoscerai altro che te stesso. Il massimo che puoi capire dell'altro è il massimo che puoi capire di te stesso. Per questo entrare intimamente in relazione con una persona è importante, perché diventa un viaggio conoscitivo esistenziale.” Un commento? Cazzate, detto male, come in una borgata di periferia, cazzate. Io ci credevo, che amore volesse dire intuire in ogni occasione il pensiero, l’emozione di chi ti sta accanto, e al tempo stesso restarne stupiti con la dolcezza e la meraviglia dei bambini, rinnovando ogni volta la freschezza e insieme l’abitudine del sentimento. Io ci credevo, che sulla Terra Universo Mondo ci fosse qualcuno apposta per te, che riusciva a intuire lo stesso i tuoi pensieri e a innamorarsi anche delle cose più banali, che ti portasse dentro come se fosse la cosa più ovvia, che non esattamente si sentisse incompleto senza di te, ma che, con te, si sentisse perfetto, in armonia con le cose e con se stesso. Io ci credevo, che se con una persona ci condividi tutto, e ti sembra di indovinarvi a vicenda, e ci scherzi con leggerezza e insieme senti la grandezza di quello che hai con un timore addolcito dalla serenità più semplice, e al mattino ti ci svegli abbracciato e ti sorridi perché non hai motivo di essere in nessun altro posto se non quello, allora potevi non essere preso per matto a desiderare di condividerci anche tutto quello che sarebbe venuto nella tua esistenza. Cazzate anche queste. Christian davvero dovrebbe essere fiero. Ha fatto a me esattamente quello che è stato fatto a lui. Un degno contrappasso, complimentissimi. Mi ha reso incapace di credere ancora in queste cazzate, io, la donna più romantica dell’emisfero, ora non ci credo più e voglio schernire impunemente chi ci creda ancora, ed è notizia degli ultimi giorni, limpida e decisa, dilavata dalla pioggia battente, ingrigita come un film francese. Non conosci mai nessuno a sufficienza, non puoi fidarti mai di nessuno, degli amici sì, ma quelli, se son veri, non sono interessati; una storia d’amore può esserlo, eccome, è una rivincita a volte, o un passatempo, o qualcosa che uno manda avanti fingendo di essere una persona amabile e che ama, invece assorbendo tutto con egoismo, fin quando gli piace, disfacendosene poi con l’indifferenza rassegnata di un giocattolo rotto, che non si può più aggiustare. By heart non conosci neanche te stesso, e non è vero che amando ti conosci di più, perché poi ti capita così, che a un certo punto se l’amore crolla vai giù anche te, e non sai più assolutamente niente di quello che eri e vorresti essere, e anzi, se va bene quello che eri lo maledici. E il viaggio conoscitivo sono io, che cammino da sola per le strade di Anversa mentre piove e avrei voglia di piangere, eppure mi faccio forza. Io sognavo una vita diversa. Come un quadro di Chagall, davvero, due matti che volano per aria tenendosi per mano nell’azzurro e circondati da animali. Da un lato, certo l’istinto è di innamorarsi ancora, lasciarsi andare. C’ho provato mezza volta e direi che non è il caso. Non voglio. Non svenderò più il mio cuore né baratterò l’anima per qualche fotografia bella che poi vorrai solo bruciare. I ricordi non li bruci, purtroppo. Le cose belle diventano tormenti, perché ti rammentano solo l’errore, e ti solleticano il rimorso, e qualche illusione stupida che il Destino, o quello che una volta credevo fosse il Disegno, riporti le cose al loro ordine naturale, che ci sia una strada impensata che ti riporti a lui insomma. Non c’è mica neanche rancore, parlo con lucidità, anzi. La vita che voglio adesso è da sola, io e le mie cose, quelle di cui posso fidarmi, la passione per l’arte, che mi salva sempre, i miei cari, le serate in compagnia, questo scrivere così, che pure è uno sfogo per me, e un modo per chiarire la mia anima annebbiata. “S’io potessi dissipar le nubi che m’aggravan la fronte” (Bellini?). Non si dissipano, e fanculo a chi mi dice “passa, ti capiterà qualcosa, quando meno te lo aspetti”. Io ho me stessa, che si è salvata da questa cosa che mi ha bucato il cuore e trapassato da parte a parte come in un mito greco, perché quando l’accarezzavo il viso in quel modo, al Christian, che c’era tutto l’amore più grande e maturo e sincero e pulito nelle mie mani, io lì c’ho perso tutto, anche la dignità, e soprattutto la speranza. January 28 Da Qoelet a Fossati, senza passare per il viaGiornate strane, un po' elettriche e veloci, come diceva nel libro Jack Frusciante. E onestamente spero che prima o poi smetterò di pensare per citazioni, come fa Fede, che probabilmente mi legge, ché un po' è una tortura, via, diciamocelo. Da un lato ti consola, che almeno certe sensazioni sono un male diffuso. Chiacchiero poco, devo lavorare, sighsigh. Affido qualcosa di oggi al poro Fossati per l'appunto... tra i più gettonati recenti del mio bellissimo e desideratissimo ipod... Tante volte e tanti anni fa, in circostanze affini, di spaesamento, di perdita d'orizzonte, di scarsità di fiducia, ripetevo dentro di me qualche frase dal Libro di Qoelet, che c'è un tempo per ogni cosa sotto il cielo, e che ci sono degli appositi "segni" del tempo stesso, che un po' ti dovrebbero far capire che sta andando tutto bene. Per ora più che altro si tratta di malinconia, però speriamo, ché tanto c'è poco da fare in fondo.
Dicono che c'è un tempo per seminare e uno che hai voglia ad aspettare un tempo sognato che viene di notte e un altro di giorno teso come un lino a sventolare. C'è un tempo negato e uno segreto un tempo distante che è roba degli altri un momento che era meglio partire e quella volta che noi due era meglio parlarci. C'è un tempo perfetto per fare silenzio guardare il passaggio del sole d'estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l'ora muta delle fate. C'è un giorno che ci siamo perduti come smarrire un anello in un prato e c'era tutto un programma futuro che non abbiamo avverato. È tempo che sfugge, niente paura che prima o poi ci riprende perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo per questo mare infinito di gente. Dio, è proprio tanto che piove e da un anno non torno da mezz'ora sono qui arruffato dentro una sala d'aspetto di un tram che non viene non essere gelosa di me della mia vita non essere gelosa di me non essere mai gelosa di me. C'è un tempo d'aspetto come dicevo qualcosa di buono che verrà un attimo fotografato, dipinto, segnato e quello dopo perduto via senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata la sua fotografia. C'è un tempo bellissimo tutto sudato una stagione ribelle l'istante in cui scocca l'unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle è un giorno che tutta la gente si tende la mano è il medesimo istante per tutti che sarà benedetto, io credo da molto lontano è il tempo che è finalmente o quando ci si capisce un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente mano alla mano che buffi saremo se non ci avranno nemmeno avvisato. Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare. January 24 Venezia, amici da pizza, amici da caffèUna volta il Mic, mentre eravamo al molo di Venezia, il nostro molo (che ora non c'è più, perché, tanto per gradire, se c'è un posto che ti rassicura che niente cambia è Venezia, ma per fregarti e spiazzarti a volte ti spostano le cose...come in un film di Woody Allen), partendo dalla sua solita fondamentale citazione di Elio, mi parlò della teoria degli amici da pizza e quelli da caffè. Inconfutabile. I primi: ci esci, ci scherzi, ti diverti, pensi che hai passato una bella serata. I secondi: sanno senza che tu glielo ripeta ogni volta quanto zucchero metti nel caffè. Sanno anche tutto il resto, senza che glielo dici. E poi vedi, a distanza di 10 anni, il Mic e la Sofi credo che il mio caffè lo indovinano. E tanti altri, e questa è una fortuna grande.
January 23 Io, Emergency e i bambini. E troppe domande,Emergency l’ho conosciuta per caso. Babbo era in ospedale, e il mio cuore a pezzi. Due fatti che ricorrono spesso insieme, sarà un caso, sarà sfiga. Non c’era più niente di quello che ero, e quell’odore, quelle corsie, quella sensazione di atrofia continua dappertutto…a un certo punto il disgusto di accettare la malattia e il dolore, e una paura immensa. “Pappagalli verdi” lo avevo sentito rammentare ad Eva la prima volta, ai tempi del corso di restauro o quasi: tante risposte, e troppe domande in quelle pagine, ché uno per forza si deve fermare a pensare, e non è solo la questione delle mine antiuomo, o meglio antibambino il più delle volte, è che ci sono le cose anche più vicine a noi lì dentro; non è che per pensare all’ingiustizia devi andare con la testa in Afghanistan; non è che per avvertire l’ansia della malattia devi immaginarti una flebo in mezzo al deserto. A un certo punto ti senti complice delle cose brutte, tue e di quelle intorno, ti senti amareggiato, vuoto e perso, e non sai più la strada e avverti solo l’impotenza estrema che ti annulla ogni gesto. Io che non ho mai letto troppi giornali né mi sono appassionata a troppi tiggì, con Emergency ho voluto guardare un mondo diverso, e silenzioso, e lo confesso, sì, ci ho messo dentro anche le urla che mi scoppiavano addosso. A quel tempo, forse un po’ anche ora. Christian era lì, con lui ho imparato come si parla nelle scuole, lui mi ha dato “ripetizioni”. È rimasto poco dello spirito di quei tempi lì, quando c’era un gruppo di persone che ci credeva; ora siamo rimasti in cinque, e questa è responsabilità, sapere che non devi mollare, perché è una goccia nell’oceano, ma quella goccia serve. Quando vado nelle scuole, e i ragazzi mi guardano con gli occhi sgranati all’inizio, e poi sbadiglicchiano e ciacolano, mi sembra di dovergli raccontare una fiaba sbagliata, col finale al contrario. Poi ce n’è sempre uno che alza la mano e esclama: “Oh, il mi’nonno l’ha trovata una bomba a Poggibonsi!”; ogni tanto c’è anche quello che ti spiega di quanto lo preoccupi la situazione in Iran; e allora senti che quello che stai facendo è importante, e che quella storia dei privilegi che sono torti se li confronti ai diritti e che la non responsabilità vuol dire complicità, tutto ha un senso, e quel poco che sai e in cui credi è bene ripeterlo. Eppure ti senti anche in colpa, un po’. William Blake sosteneva che ci fosse un tempo per l’innocenza e uno per “l’esperienza”. L’esperienza non è essere saggi, piuttosto corrotti dalle cose del mondo, il che vuol dire non riuscire più a meravigliarsi (e se ricordo qualche piccolo insegnamento dai campiscuola, che sono veramente “un’era fa…”, è che il credente deve sapersi meravigliare, e riscoprire Dio nelle piccole cose, come dice il titolo di quel romanzo che sempre mi riprometto di leggere). Nelle poesie che ti insegnavano a letteratura inglese c’erano, contrapposte, il “little lamb” e la tigre, e quello spazzacamino che ti metteva tristezza e ti faceva pensare a Mary Poppins (come vorrei abitare in via dei ciliegi!). E questa cosa dell’ingenuità che perdi un po’ ti sconvolge. Fino a qualche tempo fa guardavo i disegni che facevo da piccola, questi cani a 12 zampe che infilavano in cucce assurde a forma di castello con su l’insegna col mio nome, e i miei, volanti, come in un quadro di Chagall, grandi meno di uno dei tanti fiori che campeggiavano a coprire la pagina; li guardavo, e capivo ancora cosa rappresentavano anche dove erano ben più indecifrabili, e ritrovavo in me lo spirito leggero che li aveva creati. Non lo so se li riconoscerei adesso. Adesso che a far questi discorsi qui (che non c’è più un freno all’avanzare inesorabile delle consapevolezze, che le ragazzine si truccano - e io fino a tutte le superiori vantavo i miei calzettoni bianchi-, che spippolano al cellulare e si dicono le peggiori cose etcetc) sembri retrogrado o conformista; ecco adesso io mi chiedo se quello che faccio pensando di parlare di pace non sia un voler affrettare i tempi. Meglio che giochino con le Lego, finché possono? il giorno dopo picchieranno il bambino del banco accanto perché non gli presta l’iPod? mica ci penseranno che gli ho detto che il taleban e il mujaddin possono stare nel lettino a fianco? E mi chiedo anche: posso io, per la misera esistenza che conduco e che si appiglia a cose più concrete e terrene, permettermi di parlare di tragedie tanto grandi senza scadere nella retorica? Posso io, che ogni volta che son lì ripenso a lui e a tutti i ricordi odiosi che si porta dietro, avere la forza e l’onestà di lamentarmi del male che succede lontano quando la malinconia più grigia è quella che affligge egoisticamente me stessa e il mio piccolo mondo? Oggi seria, e un po’ politica, pardon. Scilicet.
E vabbé, c'entra relativamente, ma ci aggiungo una poesia di Rudyard Kipling, che i miei mi facevano ascoltare sul 33giri recitata da Sergio Endrigo (la cui voce, nella mia mente, è "l'aquilone rosso rosso rosso", ma anche "io che amo solo te"). A Westminster coi ragazzi abbiamo visto la tomba nel Poet's corner, e ora ci penso, a come vorrei diventare grande. SE La perdono, e se la prendono con te; Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano, Ma anche a tener conto del dubbio; Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere; Se sai non ricambiare menzogna con menzogna, Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono, E a evitare di far discorsi troppo saggi; Se riesci a sognare - e a non fare del sogno il tuo padrone; Se sai pensare - ma dei pensieri sai non farne il fine; Se sai trattare nello stesso modo due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi; Se sai resistere a udire la verità che hai detto Distorta dai furfanti per ingannar gli sciocchi; Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
January 18 Fender Jaguar, in notturnaUn riff di Fender Jaguar, in minore, ovviamente. Due colpi di batteria, per dare l’avvio. A volte mi dimentico della forza della musica. Dell’energia, dell’adrenalina, di come su una linea melodica tutte le emozioni si intreccino e fluiscano nel ritmo naturale obbligato del piede che batte a tempo e lì c’è tutto, anima e corpo, e non te ne accorgi, eppure già sei lì, senza pensieri. Solo note, dissonanze, accordi, e poi l’attesa vorace di quell’assolo al piano, che mi fa tanta invidia, e l’avara curiosità di quell’arrangiamento, che resti d’incanto e vorresti prenderti penna e spartito e appuntarti su come è che si risolve, quel passaggio. C’era una volta in cui studiavo Bach, e ogni volta che sbagliavo appuntavo la testa, e Tamara, che ora mi guarda da lassù e mi rimprovera che sia finita a strimpellare canzonette, mi tracciava quelle V, come fossero le rondini dei bambini sull’orizzonte, su dove cadeva l’accento, su come seguire quelle terzine difficili o aggiustare i trilli, che non si sa come, finivano sempre una nota sotto o sopra rispetto a quella dovuta. E mia mamma sulla porta, a sperare che questo futuro da pianista venisse fuori, e invece ero lì, timida e precisina, anche un po’ annoiata, e il sogno era fare l’artista, ma dove?, c’erano gli esami, e due ore al giorno da stare allo sgabello, e i cd di musica classica che proprio dovevo ascoltare, ma appena potevo si cangiavano nei Floyd, o in John Denver, già allora. Oggi il mio piano è in camera, più un portaoggetti che uno strumento, e un piccolo odioso rimpianto - eppure furtivo ogni tanto mi invita, e soprattutto la notte, come nelle migliori tradizioni rock; come adesso, che ho il brivido di Lou Reed nelle vene e un po’ di fumo e un po’ di alcool e tutto sarebbe perfetto per improvvisare un giro in sol, e magari cantarci su. Quante volte lo ripeto, tra i miei sogni, suonare in un gruppo. Perché non l’ho mai fatto? Forse perché non sarei in grado, e lo so benissimo, e accampare la scusa del dottorato e di tutto il resto è un escamotage beffardo che fa comodo in più occasioni; forse perché certe cose è bene che stiano lì, restino sogni. Come quando dico a Silvio e Dami che vorrei un ragazzo che sale sul palco e mi dedica una canzone e fa tutto un discorso sull'amore della vita come nei telefilm americani della cui visione ho evidentemente abusato; e allora già che sogno sogno in grande, e voglio un ragazzo che la notte si sveglia, e mi intona James Taylor alla chitarra (Ele, il piano no, via), e allora sì, posso dormire bene. January 16 ConfusioneConfusione è svegliarsi la mattina e sentirsi già i pensieri arruffati; è guardarsi allo specchio, e non essere sicuri di riconoscersi. È anche quando neanche il caffè riesci più a prenderlo come prima, e lo fai “americano”, come “a quei tempi là”. È quando in tutte le canzoni tristi ci trovi un po’ di te, ma non riesci a collegarci tanto un ricordo o un episodio, solo la sensazione. Confusione è quando sai che tuo papà è malato, e ti senti responsabile di questo, e gli rispondi male perché anche quello fa parte del “girare storto” di tutta la faccenda, e poi te ne penti, e non sai quanti momenti avrete come quello, e vorresti tornare indietro, e passarci più tempo, e meglio, che puoi. Confusione è non sapere che ti succederà nel lavoro, non sapere esattamente neppure se quello è il lavoro che vuoi, ma lasciarsi un po’ trascinare dagli eventi, ché scegliere ti diventa difficile; è ripensare alla parabola dei talenti, e chiedersi se queste giornate così sospese non siano uno spreco indegno. Confusione è mischiare nel cuore l’odio e l’amore per qualcuno, che prima ti sentivi vicino come un angelo custode e ora come un’ombra quasi maligna, tanta è la delusione che ti blocca e ti fa chiedere: ma che gli ho fatto io per meritarmi questo?, e certo che hai paura a ricominciare, e non è solo fidarsi poco degli altri, è fidarsi poco di sé, e domandarsi se si è o no una persona che gli altri riescano ad amare come si vorrebbe, come si credeva di voler essere amati. Confusione è voler essere qui nella noia e nell’indifferenza del trascorrere delle ore, e intanto sognare il grande cambiamento, la fuga, l’esilio, chissà dove e chissà per quanto, come se le preoccupazioni avessero una collocazione geografica, e al cuore ci fossero attaccate le ali come in certi fumetti e riuscisse a volare e a essere leggero, e parlare un’altra lingua fosse un rifugio dai versi desolanti che ti opprimono in questa. Confusione è aver voglia di stare con gli amici perché vuoi loro bene, certo, ma anche perché da sola ti abbatti da morire, e in loro un po’ ritrovi frammenti di te e di quello che eri, eppure a volte vorresti nasconderti in un angolo, in qualsiasi stanza tu sia, e a volte fai un po’ il giullare perché ti sembra di esorcizzare meglio la malinconia. Confusione è continuare a ripetersi che qualcosa cambia, che ci sarà una qualche prospettiva che ti dia la reale ragione di essere ottimisti nelle lenzuola della sveglia, e invece arrivare alla sera e pensare che alla fine te la sei sbarcata, ma tanto non cambia proprio niente, e allora pace, tanto non puoi farci granché se non impegnarti quanto basta per essere quel poco che sei. Confusione è avere un mare di fotografie, che vorresti mettere a posto, come si potessero rimettere in ordine i ricordi e le emozioni, o le vorresti bruciare, e fare come in quei film in cui resetti la memoria, e ricominci da capo. Confusione è aver voglia di vivere tutte le cose belle che ti capitano anche con un po’ di incoscienza, anche se sai che te non sei esattamente così, però l’unica legge che sai è che non si devono avere rimpianti, ché sono una condanna peggiore di tutto, eppure i giorni ti passano così come vento, e ti chiedi se è questo diventare grandi, fare i conti con l’attitudine al sacrificio e le proprie aspettative, coi sogni di costruire qualcosa con qualcuno e l’incapacità di fare progetti ormai, per tanti motivi. Confusione è non volerlo ammettere che sei confusa, ché in fondo mica va così male, ma è sempre un accontentarsi vago. Confusione è ricordarsi di una giostra coi cavalli e le musichette piazzata davanti alla cattedrale di un disperso paesino dell’Alvernia, e voler esser lì, in mezzo a niente. January 15 Qualche linea baglioniana, che non si sa maiQui, in questa curva di cielo, ed ogni odore è un ricordo che torna a bruciapelo, e porta via la sete e i giorni sbagliati per una notte di pace di cuori affaticati. Qui in in questa notte di note a guardarmi la vita dentro le mani vuote, quando verrà dal cielo dove si trova, una speranza di luce, una canzone nuova... qui in questa via di nessuno mi sto frugando parole per far sognar qualcuno; ma che cos'è mai che mi fa credere ancora mi riga gli occhi d'amore e mi addormenterà dalla parte del cuore.
January 14 post londra, a ritmo di BeatlesUffa, Ivo si arrabbierà, ma ad Abbey Road non ci sono stata!!! Sarà per la prossima, tanto Londra è uno di quei posti che, dopo aver fatto la guida a St. Paul's, ho nel cuore e periodicamente devo "rivedere"... Stamani è strano, svegliarsi da sola e far colazione da sola e dover riaggiustare il planning giornaliero da sola (che poi ahimé è fatto di lavoro e studio, e non più di giri forsennati per musei e divertimenti)... Alla fine sì, "the family" di questi giorni mi manca... Betta, che silenziosamente si preoccupa che faccia la brava e mi salva nella mia totale assenza di senso dell'orientamento, in tutti i sensi; la Superprat, che magari 'sto blog lo leggerà pure, e che a forza di rock mi tira su e condivide l'entusiasmo artistico; Silvio, che è ormai un mentore, e che mi rovina la piazza! e con cui ormai bisticciamo come due coniugi in pensione e poi facciamo la pace a forza di sparare cazzate; Dami, il mio fratellino, una sola mente (più o meno perversa o candidissima); Massi, evviva l'informatica, che parla poco ma quando apre bocca fa schiantare; Cate, con cui parlare di tutto con sincerità estrema. E poi c'è Ian... e qui ripeto che la vita è buffa, e che trovarsi a passeggiare davanti a dove ci eravamo baciati 6 anni fa, e si piangeva come due cittini al momento del saluto, che non si sapeva, poteva essere per sempre, e invece poi rieccoti qui, a parlarne e riderci sopra, due veterani di guerra alle prese con le battaglie di tutti i giorni ("rubbish!", mi dice lui della sua storia da poco finita, e ora la voglio copiare questa espressione che fa fashion!!!). [PS e tanto per far musica british-o swedish?, mi viene in mente la linea in la minore dei Kings of Convenience, "Winning a battle, losing a war"... http://it.youtube.com/watch?v=TBJnUT3XZTE] L'abbraccio di Ian è una cosa da ricordare, pure, e il ricucire insieme quei frammenti di ricordi (la mostra di Vermeer, la coperta sul treno da Brighton, Cats a teatro, lui che mi dice "lovely", la canzone che mi aveva scritto, i disegni che gli avevo fatto)... come qualcosa di lontano lontanissimo, quasi appartenuto ad altri, e il rimpianto di quella semplicità ingenua e leggera ora che siamo "grandi". Ah, ma ne ho qualcuno di rimpianti di questa vacanza...:1, il cappello da "regina" da 230 sterline, sti cacchi! che mi sono provata da Lock's; 2, la Tate Modern, che non sono riuscita a rivisitare; 3, il mercato enorme di Chancery Lane, e menomale avevo detto che volevo comprare un po' di argenteria e invece ho riportato solo una quantità incomprensibile di libri e thé; 4, la cena da Simpson's e il pattinaggio di notte davanti a Somerset House, romanticissimo, ma decisamente abbiamo fulminato tutti i soldi e avremmo dovuto chiedere l'elemosina nel mio berretto (come ho provato peraltro a fare mentre facevamo i poveracci su una panchina di Chelsea); 5, non aver incontrato HUGH!!!!!! E tra le perle di questa maratona, ci metterei, al primo posto, me che all'aeroporto tiro fuori, per i liquidi che devo consegnare a parte, un sacchettino "cuki surgela" con tanto di filino di ferro, la stracciona!!!; Silvio che invasato mentre cerca l'edificio di Piano fa 1 km con una busta appicciata ai piedi; io la Prat e Betta, che puntiamo i figoni sulla metro (beh, un po' dovunque, via) e io che ci provo specialmente con q |