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April 02 Top twenty dei worse days
Boh, va così, piatta, everyday similar to another, senza troppe emozioni, non c’è più né dolore né gioia, impermeabile a tutto, ogni tanto qualche punta di serenità, dalla sagra del ciambellino a Rigomagno in poi, il resto un riempire spazi in attesa che succeda qualcosa, un deserto dei tartari di no’artri, una metavita pirandelliana, pochi sogni ormai prima di addormentarsi e il vuoto al mattino quando ti svegli. Forse era l’unico modo per difendersi, questo. Nascondere tutto in un angolo del cuore e della testa, andare avanti a macchinetta, un po’ rassegnati, un po’ talmente disillusi che proprio non c’hai voglia nemmeno di ricordarlo a te stessa. E comunque mi ricordo che il buon vecchio Andrea De Carlo parlava di “collegamenti neutri”, periodi vacui tra due ere significative, che attraversano le nostre esistenze e le preparano alle cose grandi. Un collegamentissimo questo, lungo chissà quanto ancora, e pace, uno se lo carica in spalla e via.
Oggi sul mio pollicino, dove anche l’ultima parvenza romantica si è svelata fallimentare (curiosacci i miei lettori, l’eroe è padre di famiglia), dopo aver visto il solito fagiano grasso in uno degli orti di via dei Tufi (e averlo immaginato bello in salmì su un piatto di sugo), ho iniziato a pensare alla “mia” compilation di adesso. Il protagonista di “Alta fedeltà”, altro cult malsanissimo di questo periodo, sottolinea che fare una compilation richiede un lavoro attento e cesellato, e l’unico desiderio che ho in questi giorni prevede una parentesi musicale di intermezzo che vorrei colmare con tutto quel che ho dentro, per sentirmi meno sola e triste in quella situazione, e per spiegare quel che non posso dire. E allora, visto che ultimamente si viaggia ad Ipod, ecco la mia playlist di oggi.
- Prima regola, partire non in sordina, ma neanche troppo in grande. Ci metto “I don’t know what I can save you from”, dei miei Kings, che è ben ritmata per dare un’idea reale del titolo, che finisce con la storia del bollitore da metter su, e di loro due che parlano, e ricordano, e non sanno spiegarsi, e sono io nel tratto via Renaccio-Coroncina, mentre mi avvio alla giornata lavorativa.
- La seconda deve colpirti. “Strange world”, Ke, un bel tuffo discotecaro, io e Dami che cantiamo (suonatissimi) credo nella piazza di Pievescola, parzialmente brilli credo pure.
- Un passino indietro, “Homeward Bound” o “April come she will”o al peggio “Kathy’s song” degli affezionati Simon&Garfunkel, io che suonicchio al piano.
- Botta triste, “In my place” dei Coldplay, assolo al piano pure, e Sean che dopo aver ascoltato “Yellow” mette questa per me in quella enorme casa di Treviri.
- Mi tiro su con “Mentre tutto scorre”, cantata e “ballata” in camera mia, sempre chiedendosi che diavolo vuol dire il “verde coniglio”(??) del testo.
- Ora è il momento de “La moje de samblas”, i Grandes, e mi prende una tristezza cosmica, e mi sembra di essere nelle curve silenziose della strada per Volterra, e poi coi ragazzi, il Roso e gli altri, ai bei tempi.
- Siamo nel baratro. “C’è tempo” di Fossati, che in fondo è un inno alla speranza, e io che guardo i panni stesi alla fermata dell’autobus.
- Momento lirico-strumentale. “Ti scrivo”, o “Il Bacio” di Allevi, eccomi, che cammino in Via delle Terme, direzione Intronati.
- Prima o poi toccava. “Annie’s song”, accidenti a John Denver, questa è Christian, una delle poche volte che canta, sulla strada sopra l’allevamento di struzzi, e io ridacchio.
- Tanto che ci siamo, anche “Le lettere d’amore” di Vecchioni, quella volta che andavamo in giro per le case di Vignano, e ci eravamo impantanati in un’aiuola, e non riuscivo a far manovra, e poi c’era quel cipresso assurdo in cima all’arco, ma ora è anche me, che piango senza sosta, in superstrada.
- Chris Isaack, “Witched games”, Albrecht con la chitarra a spalla a Bonn, e le nostre chiacchiere, al caffè degli artisti bruxellesi di St. Gilles.
- Siamo in Belgio, quindi “A way back into love”, cantata ohiohi da Hugh Grant, con Uli che guardo il film seduti a quella microscopica scrivania.
- Si riaffonda nello psicodramma, “Cayman Islands”, i Kings ancora, il senso di desolazione grigissima di quando Patrizio era partito per la Svezia, e ancora di adesso, con nella mente l’isola di Batz, e due matti in bici, nel sole.
- In onore a Fede, per tirarsi un po’ su, “In a manner of speaking”, Novelle vague.
- Tocca anche al poro James Blunt, di regola a “Goodbye my lover”, io all’ultima stazione del bus per Milano, in attesa di ripartire per Novara, ma per non esagerare e non andare troppo sul personale (semmai…) facciamo un “you’re beautiful”…
- Faith no more, “Digging the grave”, io nel campo a urlare come pazzi, in memoria di Jack Frusciante, cielo come blocco di ghisa e afflati di dolore cogente.
- Un bel momento, “Maledetta primavera”, lo so, un colpo basso, ma sono con le citte in macchina, direzione Chianciano Terme e corso di movimentazione Beni Culturali.
- Francesco De Gregori, “Bene”, da quel disco che Chicco mi aveva prestato, e sono a casa sua, e lui cucina, e c’è questa felicità sommessa come il miagolio della gatta, e io che scrivo.
- Un Guccini pure ci vorrà, ecco “Vorrei”, l’amore secondo me, tenero.
- Chiudo qui, che poi si lavora un poco. “A Rush of blood to the head”, io che a braccia aperte giro intorno in piazza del Campo, e c’è tutta l’anima in quel “freeeeeeee” incredibile, seducente e arrabbiato, come vorrei esser io.
Buon ascolto, signori.
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