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    March 13

    Primo incontro

    Io lo sapevo che non dovevo leggerlo. E oltre tutto l’ho anche infamato qui, pubblicamente, quel libro (tant’è che, con la mia solita coerenza, subito dopo mi sono andata a leggere tutte le sue cose e vedere tutti i suoi film-peraltro, proprio “La febbre” è stato il primo film visto con l’Innominabile). Fabio Volo, ora ti odio.

    Fatto sta che da quando Diovoglia mi hanno assunto e sono costretta a orari un poco più civili, prendo sempre l’autobus (cipollino, Fede?) delle 8.32 (memento, dovrei prendere quello prima, ma ormai quest’abitudine ha i suoi risvolti troppo positivi). Ormai ho imparato. Passo alla Coroncina, e non controllo se l’autobus è già lì, guardo se LUI c’è, in piedi da una parte con quel giacchetto petrolio abbastanza demodé; mi sorrido, passo oltre, parcheggio, fermata, e zacchete, mi metto a sedere su quei sedili strascomodi sul fondo, che pare di essere sulle montagne russe, e LO anticipo sul tempo. Sottolineo che la mia forza di volontà è diventata talmente grande grazie a lui, essendo ormai pronta allo scatto folle, al semaforo, per sorpassare il fatidico mezzo e recuperarlo con la grazia del camper di Topolino e Paperino in montagna oltre le curve dei Tufi, con grande dispendio di carburante e tensione pre-ufficio.

    Lui, il ragazzo dell’autobus, che pure mi pare di riconoscere in qualcuno di già visto e sul quale ho chiesto informazioni in giro (da una parte mi hanno detto “è gay”, dall’altra “ha un figlio”, direi che nella media il sondaggio corrisponda alla mia proverbiale fortuna in amore… se è amore avere questo piccolo gioco desiderio piacere di cominciare la giornata con una figura sconosciuta ma cara nei pochi minuti che mi trasportano dalla regina Maab alla scrivania); un ragazzo normalissimo, smilzo come piacciono a me, un po’ fumino ma ironico, con gli occhi chiari intensi, e un berretto da ragazzino. Insomma, lui, a quel punto sale e l’unico posto libero è accanto al mio, parimenti scomodo, al punto che sei costretto, per tutto il viaggio, a puntare i piedi a mo’ di radici per evitare sbandamenti nelle curve di cui sopra.

    Oggi mi ha parlato. Per tutto il tragitto, io ero stata lì sul mio Moon Palace di Paul Auster (in inglese, si badi bene, per svegliarmi tutti i neuroni del mattino), e lui coi suoi Talebani di Rashid. È da martedì che glielo punto, quel libro. Martedì, ode al mio genetliaco, mi era venuta anche voglia di sbirciarci dentro, cercando un appiglio alla conversazione, pronto ad intortarlo con la storia che sono volontaria di Emergency etsitera etsitera. Poi lui si è messo a parlare col suo amico - un altro affezionatissimo del pollicino, che avevo anche visto altre volte, e che identifico col commesso di una nota libreria cittadina, apparentemente uscito a sua volta da un romanzo dickensiano. Oggi eravamo proprio fianco a fianco, ad urtarsi di continuo per il traballio incostante del bus, ero lì con la frase sulle labbra: “Il tuo, com’è?” - riferendomi ovviamente al libro galeotto - quando, sfighissima penso, sulle porte incombono i controllori, creature mitiche e maligne per chi come me vive una buona parte della giornata su quelle quattro maldestre ruote. Fermano solo una tizia che scende, come una vecchina incallita inizio a sfoderare dal portafogli il mio abbonamento, occhio obliquo a vedere se lui faccia altrettanto, “avesse un nome!”, ma i due bravi non salgono, le porte si chiudono e via. Lui inizia a parlare. A mois?? Per forza, mezzo bus si è svuotato vedendoli. E da lì non me ne accorgo, ma inizia una tiritera su noi pollicinisti, sul fatto che bastava star su per non esser multati, sugli orari e le linee che prendiamo, e io che ne so, come sempre, inavvertitamente, inizio a sparare cose vacue e ragionevolmente stupide, capaci di fugare qualsiasi charme dalla mia persona. Lui ha gli occhiali da sole, un pochino ci si guarda parlando, ma io son seduta e lui in piedi, col solito borsetto di sguincio, e il tutto avviene in un arco di 37 metri di percorso, circa. Lui scende, io faccio tutto il tour, e dopo un banale "ciao" lo sento salutare una signora dicendole la stessa frase detta a me, “bastava non scendere”, e mi pervade una gelosia cosmica, e un senso di tristezza, e un preghiera “girati girati” che prescinde dal mondo reale e fa veramente troppo film per questa sgorbia mattina di marzo.

    Però domani barbatrucco, ci salutiamo e parliamo - ma un po’ della magia, adios, si è persa.

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