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    January 23

    Io, Emergency e i bambini. E troppe domande,

    Emergency l’ho conosciuta per caso. Babbo era in ospedale, e il mio cuore a pezzi. Due fatti che ricorrono spesso insieme, sarà un caso, sarà sfiga. Non c’era più niente di quello che ero, e quell’odore, quelle corsie, quella sensazione di atrofia continua dappertutto…a un certo punto il disgusto di accettare la malattia e il dolore, e una paura immensa. “Pappagalli verdi” lo avevo sentito rammentare ad Eva la prima volta, ai tempi del corso di restauro o quasi: tante risposte, e troppe domande in quelle pagine, ché uno per forza si deve fermare a pensare, e non è solo la questione delle mine antiuomo, o meglio antibambino il più delle volte, è che ci sono le cose anche più vicine a noi lì dentro; non è che per pensare all’ingiustizia devi andare con la testa in Afghanistan; non è che per avvertire l’ansia della malattia devi immaginarti una flebo in mezzo al deserto. A un certo punto ti senti complice delle cose brutte, tue e di quelle intorno, ti senti amareggiato, vuoto e perso, e non sai più la strada e avverti solo l’impotenza estrema che ti annulla ogni gesto. Io che non ho mai letto troppi giornali né mi sono appassionata a troppi tiggì, con Emergency ho voluto guardare un mondo diverso, e silenzioso, e lo confesso, sì, ci ho messo dentro anche le urla che mi scoppiavano addosso.

    A quel tempo, forse un po’ anche ora. Christian era lì, con lui ho imparato come si parla nelle scuole, lui mi ha dato “ripetizioni”.

    È rimasto poco dello spirito di quei tempi lì, quando c’era un gruppo di persone che ci credeva; ora siamo rimasti in cinque, e questa è responsabilità, sapere che non devi mollare, perché è una goccia nell’oceano, ma quella goccia serve. Quando vado nelle scuole, e i ragazzi mi guardano con gli occhi sgranati all’inizio, e poi sbadiglicchiano e ciacolano, mi sembra di dovergli raccontare una fiaba sbagliata, col finale al contrario. Poi ce n’è sempre uno che alza la mano e esclama: “Oh, il mi’nonno l’ha trovata una bomba a Poggibonsi!”; ogni tanto c’è anche quello che ti spiega di quanto lo preoccupi la situazione in Iran; e allora senti che quello che stai facendo è importante, e che quella storia dei privilegi che sono torti se li confronti ai diritti e che la non responsabilità vuol dire complicità, tutto ha un senso, e quel poco che sai e in cui credi è bene ripeterlo. Eppure ti senti anche in colpa, un po’.

    William Blake sosteneva che ci fosse un tempo per l’innocenza e uno per “l’esperienza”. L’esperienza non è essere saggi, piuttosto corrotti dalle cose del mondo, il che vuol dire non riuscire più a meravigliarsi (e se ricordo qualche piccolo insegnamento dai campiscuola, che sono veramente “un’era fa…”, è che il credente deve sapersi meravigliare, e riscoprire Dio nelle piccole cose, come dice il titolo di quel romanzo che sempre mi riprometto di leggere). Nelle poesie che ti insegnavano a letteratura inglese c’erano, contrapposte, il “little lamb” e la tigre, e quello spazzacamino che ti metteva tristezza e ti faceva pensare a Mary Poppins (come vorrei abitare in via dei ciliegi!). E questa cosa dell’ingenuità che perdi un po’ ti sconvolge. Fino a qualche tempo fa guardavo i disegni che facevo da piccola, questi cani a 12 zampe che infilavano in cucce assurde a forma di castello con su l’insegna col mio nome, e i miei, volanti, come in un quadro di Chagall, grandi meno di uno dei tanti fiori che campeggiavano a coprire la pagina; li guardavo, e capivo ancora cosa rappresentavano anche dove erano ben più indecifrabili, e ritrovavo in me lo spirito leggero che li aveva creati. Non lo so se li riconoscerei adesso. Adesso che a far questi discorsi qui (che non c’è più un freno all’avanzare inesorabile delle consapevolezze, che le ragazzine si truccano - e io fino a tutte le superiori vantavo i miei calzettoni bianchi-, che spippolano al cellulare e si dicono le peggiori cose etcetc) sembri retrogrado o conformista; ecco adesso io mi chiedo se quello che faccio pensando di parlare di pace non sia un voler affrettare i tempi. Meglio che giochino con le Lego, finché possono? il giorno dopo picchieranno il bambino del banco accanto perché non gli presta l’iPod? mica ci penseranno che gli ho detto che il taleban e il mujaddin possono stare nel lettino a fianco? E mi chiedo anche: posso io, per la misera esistenza che conduco e che si appiglia a cose più concrete e terrene, permettermi di parlare di tragedie tanto grandi senza scadere nella retorica? Posso io, che ogni volta che son lì ripenso a lui e a tutti i ricordi odiosi che si porta dietro, avere la forza e l’onestà di lamentarmi del male che succede lontano quando la malinconia più grigia è quella che affligge egoisticamente me stessa e il mio piccolo mondo?

    Oggi seria, e un po’ politica, pardon. Scilicet.

     

    E vabbé, c'entra relativamente, ma ci aggiungo una poesia di Rudyard Kipling, che i miei mi facevano ascoltare sul 33giri recitata da Sergio Endrigo (la cui voce, nella mia mente, è "l'aquilone rosso rosso rosso", ma anche "io che amo solo te"). A Westminster coi ragazzi abbiamo visto la tomba nel Poet's corner, e ora ci penso, a come vorrei diventare grande.

    SE
    Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno

    La perdono, e se la prendono con te;

    Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,

    Ma anche a tener conto del dubbio;

    Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;

    Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,

    Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,

    E a evitare di far discorsi troppo saggi;

    Se riesci a sognare - e a non fare del sogno il tuo padrone;

    Se sai pensare - ma dei pensieri sai non farne il fine;

    Se sai trattare nello stesso modo due impostori

    - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi;

    Se sai resistere a udire la verità che hai detto

    Distorta dai furfanti per ingannar gli sciocchi;

    Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
    E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
    E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
    E non dire una parola sulla perdita;
    Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
    A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
    E a tener duro quando in te non resta altro
    Tranne il comando della Volontà;

    Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
    E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
    Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
    Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
    Se riesci a occupare il minuto inesorabile
    Dando valore a ogni minuto che passa,
    Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
    E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

     

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