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July 30 Aringhe (di ritorno dalla Danimarca)21-27 luglio, 6 giorni di Danimarca con puntate in Svezia e Germania in 28 tra storici dell’arte e architetti (ahimé non il mio amato!)– e qualche imbucato. Vacanze tutt’altro che rilassanti per alcuni, perfette per me, avida di fare cose e vedere gente, direbbe Moretti. Restano una quantità nipponica di foto, chili di carta di depliant, testimonianze esaltate di musei bellissimi, e qualche angolo poetico che mi piace fermare qui, in memoriam.
Al Museo di Malmo, dopo il video di Petra Lindholm, No End, 2005, in sottofondo “The Ark”. Chissà come sarebbe vivere una di quelle scene di addio…lasciare una città dai contorni più anonimi della mia, un luogo fuori dal tempo, fatto di luci, traffico e scie di fumo e di clacson – un taxi, una fuga, una musica struggente appena velata di voci e suoni e gesti rallentati, che ti trascina nel ricordo doloroso di ciò che lasci, e ti schermisce dal coraggio improvviso di voler andare – una mano sulla fronte a sorreggerli, i pensieri, mentre la melodia si fa più acuta e arriva fin giù, in questo frammento di semafori e bivii, a trafiggerti il cuore, a inciderti l’anima.
Dopo aver visto i quadri di Emil Nolde, a Seebul. A volte sembra di sentirlo, il rumore ruvido di queste pennellate d’oltremare, nel gesto lento e poi ossessivo dell’ispirazione.
Di ritorno, sulla via di Billund. Le luci. Qui la gente ha l’abitudine di lasciare accese le luci – piccole abatjour di design – sulle finestre che si affacciano su strada. “Le luci nel buio di case intraviste da un treno”. Quasi a testimoniare “ci siamo” – un vago memento di ospitalità, un barlume vitale in queste vie deserte che fanno dubitare di una presenza umana reale e serena, che hanno una parvenza di onirico, magico e maledetto insieme, da questi cieli grigi, grandissimi.
July 03 Città-nessun luogo è lontanoIn questi giorni di Palio, io, senese per finta, la mattina attraverso la Piazza, e il tufo e gli odori e la gente, sì, a volte ho come l'impressione ridicola che quel posto sia fatto per essere così-e insieme provo una certa intolleranza, un po' di senesismo che riaffiora-per le vie straffollate di turisti vacui in città. Anche Brandi sentiva questo, amore e odio, senso di appartenenza ed esclusione, rifiuto e ammirazione, "dolente e splendente" nel cuore. E penso a Kavafis, alla città che ti verrà dietro.... Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare. Non troverai altro luogo non troverai altro mare. Penso a come così spesso, qui, non mi senta a casa, ma straniera. E come la mia anima sia lì, in quei due punti curiosi dell'universo, che sono Venezia e Anversa, che tanto significano per me e per quello che sono. Venezia-che a sua volta è un insieme di ritagli di libri e poesie, e tanto più di colori e sensazioni- la senti addosso fin da Mestre, quando attraversi, col treno, la laguna arida e salmastra, e intravedi i profili amici dei campanili della Madonna dell'Orto e dei Frari. Venezia è l'accento puro e acuto dei venditori d'ortaggi e d'ombrine, in Santa Maria Formosa; è l'umidità acre sui muri delle calli di Cannaregio, e il silenzio del Ghetto; è l'oro di San Marco, abbacinante e sacro, che per quelle tre-quattro volte nella vita, ti dà un'intuizione dell'infinito, e ti ferma un sospiro di commozione. Venezia per me è Suor Leonard, è un pontile su cui sedersi a riflettere, aiutati dai riflessi del Canal; è la pace, lontano dalle impensabili cronache, e dalla vita reale, eppure affiancata dall'effimero doloroso dell'Isola dei Morti, San Michele. Venezia è Michele, Albrecht che legge Nietzsche, Agnese, Chiara Pigi Ilaria e Christian, e io invece, lì, sola, anche quando ci son stata con qualcuno; perché Venezia è mia, e ne vado gelosa, eppure è un qualcosa che ho bisogno di condividere con chi amo, con chi può capire. Anversa, o Ant'werpen, detta alla fiamminga, perché il mio spirito è flemish. Anversa è tutta una serie di parole in inglese, é Marika, Uli e Padre Rudi; è pioggia, leggera, senza ombrello; le case col tetto a gradini, e le chiese coi calvari; è camminare senza meta alla ricerca dei posti più assurdi, i profumi di waffel e patate fritte, le mousselen e tanta birra. Anversa è Rubens, i colori sfaldati dalle luci e dalle vetrate, è l'albero accogliente di ConsciencePlein, è il modo ridicolo in cui i piedi ti portano verso casa, la tipografia di Plantin Moretus, e "die Cathedraal", è un negozio vizioso di cioccolatini, e il porto di luci dei docks e delle biciclette. Anversa è il limite di questo mondo, le navi che vanno, il fiume che corre, il cielo che cade. E ancora Brandi, un nume: "i miei sogni, quando sogno, sono là". Nelle città in cui più ho sofferto, e in cui subito però la vita mi è risalita al cuore, piena e "viva". |
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