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    April 24

    Sunshine on my shoulders makes me happy

    Risuona John Denver e un po’ di sana chitarra folk.

    Riscrivo dopo diverso tempo e con animo diverso (notare il chiasmo!): è un momento importante, il lavoro, la casa nuova, i nuovi incontri. Sono ottimista, magari è il cornino che mi hanno regalato Silvio e gli altri, anche se non ci credo troppo a queste cose, però pare funzionare!!; magari è il normale decorrere delle cose e degli eventi (se Dio vuole, in tutti i sensi); o forse sarà la primavera, direbbe laconicamente nonna Michelina. In effetti, proprio come date, si conclude anche l’anno della sfiga, che rientra in una delle paperinesche ricorrenze della mia vita, che va a cicli, neanche fosse un  libro scolastico di gentiliana memoria. Vado in giro un po’ trasognata, ultimamente, eppure presentissima a me stessa, e mi riscopro per quella che sono, in armonia col mondo e con gli altri, a volta un po’ malinconica, ma q.b., come nelle ricette. Ieri, parlando con Simone, ho ripensato al buon vecchio Holden, a quando ascolta quella canzone del “prenditore” di bambini nel grano, che è un’immagine assurda, si badi bene, però mi fa pensare ad una situazione di levità sconfinata, con queste risate argentine, e il senso di rinascita e consapevolezza insieme. Le anatre del Central Park, l’arcobaleno che per magia si forma nelle pozzanghere quel giorno che la tua classe andava in gita al museo e il tuo compagno di banco non c’era, e tutt’intorno odore di pioggia e cherosene; Jane, che l’accarezza sulla nuca, mentre sono al cine; e tutta la rabbia e la forza di quelle frasi di chi vuole diventare grande, a dispetto dei grandi, a sua volta... A quell’epoca, leggendo Salinger, riconoscevo nella mia testolina cretinetti una lista di qualità del presunto “ragazzo ideale”: quel famoso “prendersi per mano”, come fosse la cosa più naturale, senza che nessuna delle due si dimenasse o morisse nell’altra; e poi ancora altre cose che negli anni si sono veramente rivelate quanto mai inutili e assurde. Oggi non mi pronuncio, ché tanto romanticona son rimasta; e questo è un grande sollievo, perché temevo di non esser più capace di avere gli occhi a cuore come Spank, e di essere serena, e lasciarmi andare. E invece queste son le sorprese e gli scherzi dell’esistenza, e magari devi passare attraverso la sofferenza o la solitudine per apprezzarle e meritarli, però quando ti ci trovi, non ci devi pensar troppo, le “cose vecchie”, che già eri riuscito ad accantonare, diventano più lontane, vanno a finire nei cassetti giusti, e ti senti pronta, ad abbracciare i bimbi che ti vengono incontro nei riflessi d’oro del grano.

    [anche Sting, per par condicio...http://it.youtube.com/watch?v=rCNJBopK25I]

    April 08

    Luoghi comuni del martedì

    Piccola polemica per i giorni grigi. Oggi è un cielo che verrebbe già di suo voglia di mettersi a piangere a dirotto, e poi ho questo groppo alla gola, che non è dolore, è disgusto allo stato puro. Apro la finestra e mi butto di sotto. Non ci sono neanche macchine, quindi poco danno. In ufficio fa freddo, e questa mia recente abitudine a mettermi assurdi gilet ora mi provoca pentimento.

    A parte questo, che le stagioni non son più quelle di una volta, e che i miei neuroni stanno andando in ferie, mi risuonano in testa le parole dei sacrosanti Simon&Garfunkel, “all lies and jests still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”, mondo fatto di bugie, gente che si tappa le orecchie e vede ciò che fa comodo soltanto. Lo dico nell’amarezza più bieca e con una punta d’odio cristallino. Mi ripeto che nella mia sgorbia vita qualche punto fermo ce l’ho, e chi non lo osserva rientra nel libro nero. La coerenza di pensiero, ciò non togliendo che le persone evolvono (regrediscono) e cambiano; la fedeltà e la fiducia, che non vanno mai tradite; il rispetto, che è meritato da chiunque, compresi i “peccatori” o coloro che sbagliano; la chiarezza, laddove possibilmente non rasenti la maleducazione, ma si accosti al principio quasi fanciullesco della limpidezza d’animo. Il “nostro” le ha infrante tutte, ergo stamattina, ore 8.05, in camera mia, canticchio “Farewell” di Guccini, “forse un tempo poteva commuovermi, ma ora è inutile credo perché, ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me”. Resa, bandiera bianca, addio.

    April 02

    Top twenty dei worse days

    Boh, va così, piatta, everyday similar to another, senza troppe emozioni, non c’è più né dolore né gioia, impermeabile a tutto, ogni tanto qualche punta di serenità, dalla sagra del ciambellino a Rigomagno in poi, il resto un riempire spazi in attesa che succeda qualcosa, un deserto dei tartari di no’artri, una metavita pirandelliana, pochi sogni ormai prima di addormentarsi e il vuoto al mattino quando ti svegli. Forse era l’unico modo per difendersi, questo. Nascondere tutto in un angolo del cuore e della testa, andare avanti a macchinetta, un po’ rassegnati, un po’ talmente disillusi che proprio non c’hai voglia nemmeno di ricordarlo a te stessa. E comunque mi ricordo che il buon vecchio Andrea De Carlo parlava di “collegamenti neutri”, periodi vacui tra due ere significative, che attraversano le nostre esistenze e le preparano alle cose grandi. Un collegamentissimo questo, lungo chissà quanto ancora, e pace, uno se lo carica in spalla e via.

    Oggi sul mio pollicino, dove anche l’ultima parvenza romantica si è svelata fallimentare (curiosacci i miei lettori, l’eroe è padre di famiglia), dopo aver visto il solito fagiano grasso in uno degli orti di via dei Tufi (e averlo immaginato bello in salmì su un piatto di sugo), ho iniziato a pensare alla “mia” compilation di adesso. Il protagonista di “Alta fedeltà”, altro cult malsanissimo di questo periodo, sottolinea che fare una compilation richiede un lavoro attento e cesellato, e l’unico desiderio che ho in questi giorni prevede una parentesi musicale di intermezzo che vorrei colmare con tutto quel che ho dentro, per sentirmi meno sola e triste in quella situazione, e per spiegare quel che non posso dire. E allora, visto che ultimamente si viaggia ad Ipod, ecco la mia playlist di oggi.

    1. Prima regola, partire non in sordina, ma neanche troppo in grande. Ci metto “I don’t know what I can save you from”, dei miei Kings, che è ben ritmata per dare un’idea reale del titolo, che finisce con la storia del bollitore da metter su, e di loro due che parlano, e ricordano, e non sanno spiegarsi, e sono io nel tratto via Renaccio-Coroncina, mentre mi avvio alla giornata lavorativa.
    2. La seconda deve colpirti. “Strange world”, Ke, un bel tuffo discotecaro, io e Dami che cantiamo (suonatissimi) credo nella piazza di Pievescola, parzialmente brilli credo pure.
    3. Un passino indietro, “Homeward Bound” o “April come she will”o al peggio “Kathy’s song” degli affezionati Simon&Garfunkel, io che suonicchio al piano.
    4. Botta triste, “In my place” dei Coldplay, assolo al piano pure, e Sean che dopo aver ascoltato “Yellow” mette questa per me in quella enorme casa di Treviri.
    5. Mi tiro su con “Mentre tutto scorre”, cantata e “ballata” in camera mia, sempre chiedendosi che diavolo vuol dire il “verde coniglio”(??) del testo.
    6. Ora è il momento de “La moje de samblas”, i Grandes, e mi prende una tristezza cosmica, e mi sembra di essere nelle curve silenziose della strada per Volterra, e poi coi ragazzi, il Roso e gli altri, ai bei tempi.
    7. Siamo nel baratro. “C’è tempo” di Fossati, che in fondo è un inno alla speranza, e io che guardo i panni stesi alla fermata dell’autobus.
    8. Momento lirico-strumentale. “Ti scrivo”, o “Il Bacio” di Allevi, eccomi, che cammino in Via delle Terme, direzione Intronati.
    9. Prima o poi toccava. “Annie’s song”, accidenti a John Denver, questa è Christian, una delle poche volte che canta, sulla strada sopra l’allevamento di struzzi, e io ridacchio.
    10. Tanto che ci siamo, anche “Le lettere d’amore” di Vecchioni, quella volta che andavamo in giro per le case di Vignano, e ci eravamo impantanati in un’aiuola, e non riuscivo a far manovra, e poi c’era quel cipresso assurdo in cima all’arco, ma ora è anche me, che piango senza sosta, in superstrada.
    11. Chris Isaack, “Witched games”, Albrecht con la chitarra a spalla a Bonn, e le nostre chiacchiere, al caffè degli artisti bruxellesi di St. Gilles.
    12. Siamo in Belgio, quindi “A way back into love”, cantata ohiohi da Hugh Grant, con Uli che guardo il film seduti a quella microscopica scrivania.
    13. Si riaffonda nello psicodramma, “Cayman Islands”, i Kings ancora, il senso di desolazione grigissima di quando Patrizio era partito per la Svezia, e ancora di adesso, con nella mente l’isola di Batz, e due matti in bici, nel sole.
    14. In onore a Fede, per tirarsi un po’ su, “In a manner of speaking”, Novelle vague.
    15. Tocca anche al poro James Blunt, di regola a “Goodbye my lover”, io all’ultima stazione del bus per Milano, in attesa di ripartire per Novara, ma per non esagerare e non andare troppo sul personale (semmai…) facciamo un “you’re beautiful”…
    16. Faith no more, “Digging the grave”, io nel campo a urlare come pazzi, in memoria di Jack Frusciante, cielo come blocco di ghisa e afflati di dolore cogente.
    17. Un bel momento, “Maledetta primavera”, lo so, un colpo basso, ma sono con le citte in macchina, direzione Chianciano Terme e corso di movimentazione Beni Culturali.
    18. Francesco De Gregori, “Bene”, da quel disco che Chicco mi aveva prestato, e sono a casa sua, e lui cucina, e c’è questa felicità sommessa come il miagolio della gatta, e io che scrivo.
    19. Un Guccini pure ci vorrà, ecco “Vorrei”, l’amore secondo me, tenero.
    20. Chiudo qui, che poi si lavora un poco. “A Rush of blood to the head”, io che a braccia aperte giro intorno in piazza del Campo, e c’è tutta l’anima in quel “freeeeeeee” incredibile, seducente e arrabbiato, come vorrei esser io.

    Buon ascolto, signori.