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    February 20

    Paradossi del viaggiatore (di ritorno dal Nord)

    Tornata da Mantova, sulle tracce del povero Gian Girolamo Carli, a suon di torta sbrisolona e portici color pastello. Sulla via infinita del treno Mantova-Modena-Bologna-Firenze-Empoli-Siena (e chi più ne ha, più ne metta), mi soffermo su qualche riflessione cosmica, degna della mia mente consumata ormai dai manoscritti settecenteschi e ridotta ai minimi termini.
    1. Le Badesse. Un luogo mitico e misterioso, come un racconto di Buzzati. Da dovunque tu ci approdi, non arrivano mai. Vai verso, ti allontani da, direzione Siena o Firenze, superstrada o treno, leggi i chilometri e nella mente e nelle ruote si decuplicano con un effetto di straniamento definitivo, tipo il binario di Harry Potter.
    2. I benzinai. Ma i casottini dei benzinai li hanno costruiti ispirandosi alle Lego o viceversa?
    3. Le finestre illuminate. "Le luci nel buio di case intraviste da un treno, siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa, e il cuore di simboli pieno...". Ha ragione il Maestrone che mentre sei lì nel vagone e tutto ha un contorno indefinito nell'ombra e nel vento, il tuo occhio si appiglia a quelle luci, e immagina storie, e parole, e persone.
    4. Gli incontri sul treno. Cosa c'è di più romantico e speciale? L'incrocio di qualche sguardo, la goffaggine nel caricarti di quintali di sporta e di voler accennare un sorriso, la totale consapevolezza che è tutto finto e verissimo insieme, ché poi scenderai in una stazione chissàquale e finisce tutto. Come quando ti svegli, e sei arrivato.
    Mind the gap.
     
    February 04

    In ferie

    È un po’ che agli amici che vorrebbero presentarmi qualcuno o inciuciarmi con un altro, mi viene di rispondere “no no, sono in ferie”. In ferie da che? Si spiega facile. Son le ferie di chi è in cassa integrazione, a voler essere politici; son le ferie di chi ha bisogno di evadere, a voler essere romantici. Son le ferie di chi non vuole più niente, né gioia né dolore, a voler essere realisti.

    Come si arriva a questo è più difficile, e duro da accettare. Prendo in prestito un intervento che copio da Dani, che mi perdonerà per il plagio, che a sua volta è da Fabio Volo (che mai avrei pensato di citare in una confessione così).

    “Sai come si dice in inglese studiare a memoria? By heart, col cuore... Ecco, in questo senso intendo. Conoscere una persona by heart, a memoria, significa, come quando ripeti una poesia, prendere anche un po' di quel ritmo che le appartiene. Una poesia, come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi, farsi penetrare dal suo ritmo. Ecco, questo mi piace. Mi piace stare con una persona intimamente perché vuol dire correre il rischio di diventare leggermente diversi da se stessi. Alterarsi un po'. Perché non è essere se stessi che mi affascina in un rapporto a due, ma avere il coraggio di essere anche altro da sé. Che poi è quel te stesso che non conoscerai mai. A me piace amare una persona e conoscerla a memoria come una poesia, perché come una poesia non la si può comprendere mai fino in fondo. Infatti ho capito che amando non conoscerai altro che te stesso. Il massimo che puoi capire dell'altro è il massimo che puoi capire di te stesso. Per questo entrare intimamente in relazione con una persona è importante, perché diventa un viaggio conoscitivo esistenziale.”

    Un commento? Cazzate, detto male, come in una borgata di periferia, cazzate.

    Io ci credevo, che amore volesse dire intuire in ogni occasione il pensiero, l’emozione di chi ti sta accanto, e al tempo stesso restarne stupiti con la dolcezza e la meraviglia dei bambini, rinnovando ogni volta la freschezza e insieme l’abitudine del sentimento. Io ci credevo, che sulla Terra Universo Mondo ci fosse qualcuno apposta per te, che riusciva a intuire lo stesso i tuoi pensieri e a innamorarsi anche delle cose più banali, che ti portasse dentro come se fosse la cosa più ovvia, che non esattamente si sentisse incompleto senza di te, ma che, con te, si sentisse perfetto, in armonia con le cose e con se stesso. Io ci credevo, che se con una persona ci condividi tutto, e ti sembra di indovinarvi a vicenda, e ci scherzi con leggerezza e insieme senti la grandezza di quello che hai con un timore addolcito dalla serenità più semplice, e al mattino ti ci svegli abbracciato e ti sorridi perché non hai motivo di essere in nessun altro posto se non quello, allora potevi non essere preso per matto a desiderare di condividerci anche tutto quello che sarebbe venuto nella tua esistenza.

    Cazzate anche queste.

    Christian davvero dovrebbe essere fiero. Ha fatto a me esattamente quello che è stato fatto a lui. Un degno contrappasso, complimentissimi. Mi ha reso incapace di credere ancora in queste cazzate, io, la donna più romantica dell’emisfero, ora non ci credo più e voglio schernire impunemente chi ci creda ancora, ed è notizia degli ultimi giorni, limpida e decisa, dilavata dalla pioggia battente, ingrigita come un film francese. Non conosci mai nessuno a sufficienza, non puoi fidarti mai di nessuno, degli amici sì, ma quelli, se son veri, non sono interessati; una storia d’amore può esserlo, eccome, è una rivincita a volte, o un passatempo, o qualcosa che uno manda avanti fingendo di essere una persona amabile e che ama, invece assorbendo tutto con egoismo, fin quando gli piace, disfacendosene poi con l’indifferenza rassegnata di un giocattolo rotto, che non si può più aggiustare. By heart non conosci neanche te stesso, e non è vero che amando ti conosci di più, perché poi ti capita così, che a un certo punto se l’amore crolla vai giù anche te, e non sai più assolutamente niente di quello che eri e vorresti essere, e anzi, se va bene quello che eri lo maledici. E il viaggio conoscitivo sono io, che cammino da sola per le strade di Anversa mentre piove e avrei voglia di piangere, eppure mi faccio forza.

    Io sognavo una vita diversa. Come un quadro di Chagall, davvero, due matti che volano per aria tenendosi per mano nell’azzurro e circondati da animali. Da un lato, certo l’istinto è di innamorarsi ancora, lasciarsi andare. C’ho provato mezza volta e direi che non è il caso. Non voglio. Non svenderò più il mio cuore né baratterò l’anima per qualche fotografia bella che poi vorrai solo bruciare. I ricordi non li bruci, purtroppo. Le cose belle diventano tormenti, perché ti rammentano solo l’errore, e ti solleticano il rimorso, e qualche illusione stupida che il Destino, o quello che una volta credevo fosse il Disegno, riporti le cose al loro ordine naturale, che ci sia una strada impensata che ti riporti a lui insomma.

    Non c’è mica neanche rancore, parlo con lucidità, anzi. La vita che voglio adesso è da sola, io e le mie cose, quelle di cui posso fidarmi, la passione per l’arte, che mi salva sempre, i miei cari, le serate in compagnia, questo scrivere così, che pure è uno sfogo per me, e un modo per chiarire la mia anima annebbiata. “S’io potessi dissipar le nubi che m’aggravan la fronte” (Bellini?). Non si dissipano, e fanculo a chi mi dice “passa, ti capiterà qualcosa, quando meno te lo aspetti”. Io ho me stessa, che si è salvata da questa cosa che mi ha bucato il cuore e trapassato da parte a parte come in un mito greco, perché quando l’accarezzavo il viso in quel modo, al Christian, che c’era tutto l’amore più grande e maturo e sincero e pulito nelle mie mani, io lì c’ho perso tutto, anche la dignità, e soprattutto la speranza.