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January 28 Da Qoelet a Fossati, senza passare per il viaGiornate strane, un po' elettriche e veloci, come diceva nel libro Jack Frusciante. E onestamente spero che prima o poi smetterò di pensare per citazioni, come fa Fede, che probabilmente mi legge, ché un po' è una tortura, via, diciamocelo. Da un lato ti consola, che almeno certe sensazioni sono un male diffuso. Chiacchiero poco, devo lavorare, sighsigh. Affido qualcosa di oggi al poro Fossati per l'appunto... tra i più gettonati recenti del mio bellissimo e desideratissimo ipod... Tante volte e tanti anni fa, in circostanze affini, di spaesamento, di perdita d'orizzonte, di scarsità di fiducia, ripetevo dentro di me qualche frase dal Libro di Qoelet, che c'è un tempo per ogni cosa sotto il cielo, e che ci sono degli appositi "segni" del tempo stesso, che un po' ti dovrebbero far capire che sta andando tutto bene. Per ora più che altro si tratta di malinconia, però speriamo, ché tanto c'è poco da fare in fondo.
Dicono che c'è un tempo per seminare e uno che hai voglia ad aspettare un tempo sognato che viene di notte e un altro di giorno teso come un lino a sventolare. C'è un tempo negato e uno segreto un tempo distante che è roba degli altri un momento che era meglio partire e quella volta che noi due era meglio parlarci. C'è un tempo perfetto per fare silenzio guardare il passaggio del sole d'estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l'ora muta delle fate. C'è un giorno che ci siamo perduti come smarrire un anello in un prato e c'era tutto un programma futuro che non abbiamo avverato. È tempo che sfugge, niente paura che prima o poi ci riprende perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo per questo mare infinito di gente. Dio, è proprio tanto che piove e da un anno non torno da mezz'ora sono qui arruffato dentro una sala d'aspetto di un tram che non viene non essere gelosa di me della mia vita non essere gelosa di me non essere mai gelosa di me. C'è un tempo d'aspetto come dicevo qualcosa di buono che verrà un attimo fotografato, dipinto, segnato e quello dopo perduto via senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata la sua fotografia. C'è un tempo bellissimo tutto sudato una stagione ribelle l'istante in cui scocca l'unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle è un giorno che tutta la gente si tende la mano è il medesimo istante per tutti che sarà benedetto, io credo da molto lontano è il tempo che è finalmente o quando ci si capisce un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente mano alla mano che buffi saremo se non ci avranno nemmeno avvisato. Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare. January 24 Venezia, amici da pizza, amici da caffèUna volta il Mic, mentre eravamo al molo di Venezia, il nostro molo (che ora non c'è più, perché, tanto per gradire, se c'è un posto che ti rassicura che niente cambia è Venezia, ma per fregarti e spiazzarti a volte ti spostano le cose...come in un film di Woody Allen), partendo dalla sua solita fondamentale citazione di Elio, mi parlò della teoria degli amici da pizza e quelli da caffè. Inconfutabile. I primi: ci esci, ci scherzi, ti diverti, pensi che hai passato una bella serata. I secondi: sanno senza che tu glielo ripeta ogni volta quanto zucchero metti nel caffè. Sanno anche tutto il resto, senza che glielo dici. E poi vedi, a distanza di 10 anni, il Mic e la Sofi credo che il mio caffè lo indovinano. E tanti altri, e questa è una fortuna grande.
January 23 Io, Emergency e i bambini. E troppe domande,Emergency l’ho conosciuta per caso. Babbo era in ospedale, e il mio cuore a pezzi. Due fatti che ricorrono spesso insieme, sarà un caso, sarà sfiga. Non c’era più niente di quello che ero, e quell’odore, quelle corsie, quella sensazione di atrofia continua dappertutto…a un certo punto il disgusto di accettare la malattia e il dolore, e una paura immensa. “Pappagalli verdi” lo avevo sentito rammentare ad Eva la prima volta, ai tempi del corso di restauro o quasi: tante risposte, e troppe domande in quelle pagine, ché uno per forza si deve fermare a pensare, e non è solo la questione delle mine antiuomo, o meglio antibambino il più delle volte, è che ci sono le cose anche più vicine a noi lì dentro; non è che per pensare all’ingiustizia devi andare con la testa in Afghanistan; non è che per avvertire l’ansia della malattia devi immaginarti una flebo in mezzo al deserto. A un certo punto ti senti complice delle cose brutte, tue e di quelle intorno, ti senti amareggiato, vuoto e perso, e non sai più la strada e avverti solo l’impotenza estrema che ti annulla ogni gesto. Io che non ho mai letto troppi giornali né mi sono appassionata a troppi tiggì, con Emergency ho voluto guardare un mondo diverso, e silenzioso, e lo confesso, sì, ci ho messo dentro anche le urla che mi scoppiavano addosso. A quel tempo, forse un po’ anche ora. Christian era lì, con lui ho imparato come si parla nelle scuole, lui mi ha dato “ripetizioni”. È rimasto poco dello spirito di quei tempi lì, quando c’era un gruppo di persone che ci credeva; ora siamo rimasti in cinque, e questa è responsabilità, sapere che non devi mollare, perché è una goccia nell’oceano, ma quella goccia serve. Quando vado nelle scuole, e i ragazzi mi guardano con gli occhi sgranati all’inizio, e poi sbadiglicchiano e ciacolano, mi sembra di dovergli raccontare una fiaba sbagliata, col finale al contrario. Poi ce n’è sempre uno che alza la mano e esclama: “Oh, il mi’nonno l’ha trovata una bomba a Poggibonsi!”; ogni tanto c’è anche quello che ti spiega di quanto lo preoccupi la situazione in Iran; e allora senti che quello che stai facendo è importante, e che quella storia dei privilegi che sono torti se li confronti ai diritti e che la non responsabilità vuol dire complicità, tutto ha un senso, e quel poco che sai e in cui credi è bene ripeterlo. Eppure ti senti anche in colpa, un po’. William Blake sosteneva che ci fosse un tempo per l’innocenza e uno per “l’esperienza”. L’esperienza non è essere saggi, piuttosto corrotti dalle cose del mondo, il che vuol dire non riuscire più a meravigliarsi (e se ricordo qualche piccolo insegnamento dai campiscuola, che sono veramente “un’era fa…”, è che il credente deve sapersi meravigliare, e riscoprire Dio nelle piccole cose, come dice il titolo di quel romanzo che sempre mi riprometto di leggere). Nelle poesie che ti insegnavano a letteratura inglese c’erano, contrapposte, il “little lamb” e la tigre, e quello spazzacamino che ti metteva tristezza e ti faceva pensare a Mary Poppins (come vorrei abitare in via dei ciliegi!). E questa cosa dell’ingenuità che perdi un po’ ti sconvolge. Fino a qualche tempo fa guardavo i disegni che facevo da piccola, questi cani a 12 zampe che infilavano in cucce assurde a forma di castello con su l’insegna col mio nome, e i miei, volanti, come in un quadro di Chagall, grandi meno di uno dei tanti fiori che campeggiavano a coprire la pagina; li guardavo, e capivo ancora cosa rappresentavano anche dove erano ben più indecifrabili, e ritrovavo in me lo spirito leggero che li aveva creati. Non lo so se li riconoscerei adesso. Adesso che a far questi discorsi qui (che non c’è più un freno all’avanzare inesorabile delle consapevolezze, che le ragazzine si truccano - e io fino a tutte le superiori vantavo i miei calzettoni bianchi-, che spippolano al cellulare e si dicono le peggiori cose etcetc) sembri retrogrado o conformista; ecco adesso io mi chiedo se quello che faccio pensando di parlare di pace non sia un voler affrettare i tempi. Meglio che giochino con le Lego, finché possono? il giorno dopo picchieranno il bambino del banco accanto perché non gli presta l’iPod? mica ci penseranno che gli ho detto che il taleban e il mujaddin possono stare nel lettino a fianco? E mi chiedo anche: posso io, per la misera esistenza che conduco e che si appiglia a cose più concrete e terrene, permettermi di parlare di tragedie tanto grandi senza scadere nella retorica? Posso io, che ogni volta che son lì ripenso a lui e a tutti i ricordi odiosi che si porta dietro, avere la forza e l’onestà di lamentarmi del male che succede lontano quando la malinconia più grigia è quella che affligge egoisticamente me stessa e il mio piccolo mondo? Oggi seria, e un po’ politica, pardon. Scilicet.
E vabbé, c'entra relativamente, ma ci aggiungo una poesia di Rudyard Kipling, che i miei mi facevano ascoltare sul 33giri recitata da Sergio Endrigo (la cui voce, nella mia mente, è "l'aquilone rosso rosso rosso", ma anche "io che amo solo te"). A Westminster coi ragazzi abbiamo visto la tomba nel Poet's corner, e ora ci penso, a come vorrei diventare grande. SE La perdono, e se la prendono con te; Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano, Ma anche a tener conto del dubbio; Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere; Se sai non ricambiare menzogna con menzogna, Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono, E a evitare di far discorsi troppo saggi; Se riesci a sognare - e a non fare del sogno il tuo padrone; Se sai pensare - ma dei pensieri sai non farne il fine; Se sai trattare nello stesso modo due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi; Se sai resistere a udire la verità che hai detto Distorta dai furfanti per ingannar gli sciocchi; Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
January 18 Fender Jaguar, in notturnaUn riff di Fender Jaguar, in minore, ovviamente. Due colpi di batteria, per dare l’avvio. A volte mi dimentico della forza della musica. Dell’energia, dell’adrenalina, di come su una linea melodica tutte le emozioni si intreccino e fluiscano nel ritmo naturale obbligato del piede che batte a tempo e lì c’è tutto, anima e corpo, e non te ne accorgi, eppure già sei lì, senza pensieri. Solo note, dissonanze, accordi, e poi l’attesa vorace di quell’assolo al piano, che mi fa tanta invidia, e l’avara curiosità di quell’arrangiamento, che resti d’incanto e vorresti prenderti penna e spartito e appuntarti su come è che si risolve, quel passaggio. C’era una volta in cui studiavo Bach, e ogni volta che sbagliavo appuntavo la testa, e Tamara, che ora mi guarda da lassù e mi rimprovera che sia finita a strimpellare canzonette, mi tracciava quelle V, come fossero le rondini dei bambini sull’orizzonte, su dove cadeva l’accento, su come seguire quelle terzine difficili o aggiustare i trilli, che non si sa come, finivano sempre una nota sotto o sopra rispetto a quella dovuta. E mia mamma sulla porta, a sperare che questo futuro da pianista venisse fuori, e invece ero lì, timida e precisina, anche un po’ annoiata, e il sogno era fare l’artista, ma dove?, c’erano gli esami, e due ore al giorno da stare allo sgabello, e i cd di musica classica che proprio dovevo ascoltare, ma appena potevo si cangiavano nei Floyd, o in John Denver, già allora. Oggi il mio piano è in camera, più un portaoggetti che uno strumento, e un piccolo odioso rimpianto - eppure furtivo ogni tanto mi invita, e soprattutto la notte, come nelle migliori tradizioni rock; come adesso, che ho il brivido di Lou Reed nelle vene e un po’ di fumo e un po’ di alcool e tutto sarebbe perfetto per improvvisare un giro in sol, e magari cantarci su. Quante volte lo ripeto, tra i miei sogni, suonare in un gruppo. Perché non l’ho mai fatto? Forse perché non sarei in grado, e lo so benissimo, e accampare la scusa del dottorato e di tutto il resto è un escamotage beffardo che fa comodo in più occasioni; forse perché certe cose è bene che stiano lì, restino sogni. Come quando dico a Silvio e Dami che vorrei un ragazzo che sale sul palco e mi dedica una canzone e fa tutto un discorso sull'amore della vita come nei telefilm americani della cui visione ho evidentemente abusato; e allora già che sogno sogno in grande, e voglio un ragazzo che la notte si sveglia, e mi intona James Taylor alla chitarra (Ele, il piano no, via), e allora sì, posso dormire bene. January 16 ConfusioneConfusione è svegliarsi la mattina e sentirsi già i pensieri arruffati; è guardarsi allo specchio, e non essere sicuri di riconoscersi. È anche quando neanche il caffè riesci più a prenderlo come prima, e lo fai “americano”, come “a quei tempi là”. È quando in tutte le canzoni tristi ci trovi un po’ di te, ma non riesci a collegarci tanto un ricordo o un episodio, solo la sensazione. Confusione è quando sai che tuo papà è malato, e ti senti responsabile di questo, e gli rispondi male perché anche quello fa parte del “girare storto” di tutta la faccenda, e poi te ne penti, e non sai quanti momenti avrete come quello, e vorresti tornare indietro, e passarci più tempo, e meglio, che puoi. Confusione è non sapere che ti succederà nel lavoro, non sapere esattamente neppure se quello è il lavoro che vuoi, ma lasciarsi un po’ trascinare dagli eventi, ché scegliere ti diventa difficile; è ripensare alla parabola dei talenti, e chiedersi se queste giornate così sospese non siano uno spreco indegno. Confusione è mischiare nel cuore l’odio e l’amore per qualcuno, che prima ti sentivi vicino come un angelo custode e ora come un’ombra quasi maligna, tanta è la delusione che ti blocca e ti fa chiedere: ma che gli ho fatto io per meritarmi questo?, e certo che hai paura a ricominciare, e non è solo fidarsi poco degli altri, è fidarsi poco di sé, e domandarsi se si è o no una persona che gli altri riescano ad amare come si vorrebbe, come si credeva di voler essere amati. Confusione è voler essere qui nella noia e nell’indifferenza del trascorrere delle ore, e intanto sognare il grande cambiamento, la fuga, l’esilio, chissà dove e chissà per quanto, come se le preoccupazioni avessero una collocazione geografica, e al cuore ci fossero attaccate le ali come in certi fumetti e riuscisse a volare e a essere leggero, e parlare un’altra lingua fosse un rifugio dai versi desolanti che ti opprimono in questa. Confusione è aver voglia di stare con gli amici perché vuoi loro bene, certo, ma anche perché da sola ti abbatti da morire, e in loro un po’ ritrovi frammenti di te e di quello che eri, eppure a volte vorresti nasconderti in un angolo, in qualsiasi stanza tu sia, e a volte fai un po’ il giullare perché ti sembra di esorcizzare meglio la malinconia. Confusione è continuare a ripetersi che qualcosa cambia, che ci sarà una qualche prospettiva che ti dia la reale ragione di essere ottimisti nelle lenzuola della sveglia, e invece arrivare alla sera e pensare che alla fine te la sei sbarcata, ma tanto non cambia proprio niente, e allora pace, tanto non puoi farci granché se non impegnarti quanto basta per essere quel poco che sei. Confusione è avere un mare di fotografie, che vorresti mettere a posto, come si potessero rimettere in ordine i ricordi e le emozioni, o le vorresti bruciare, e fare come in quei film in cui resetti la memoria, e ricominci da capo. Confusione è aver voglia di vivere tutte le cose belle che ti capitano anche con un po’ di incoscienza, anche se sai che te non sei esattamente così, però l’unica legge che sai è che non si devono avere rimpianti, ché sono una condanna peggiore di tutto, eppure i giorni ti passano così come vento, e ti chiedi se è questo diventare grandi, fare i conti con l’attitudine al sacrificio e le proprie aspettative, coi sogni di costruire qualcosa con qualcuno e l’incapacità di fare progetti ormai, per tanti motivi. Confusione è non volerlo ammettere che sei confusa, ché in fondo mica va così male, ma è sempre un accontentarsi vago. Confusione è ricordarsi di una giostra coi cavalli e le musichette piazzata davanti alla cattedrale di un disperso paesino dell’Alvernia, e voler esser lì, in mezzo a niente. January 15 Qualche linea baglioniana, che non si sa maiQui, in questa curva di cielo, ed ogni odore è un ricordo che torna a bruciapelo, e porta via la sete e i giorni sbagliati per una notte di pace di cuori affaticati. Qui in in questa notte di note a guardarmi la vita dentro le mani vuote, quando verrà dal cielo dove si trova, una speranza di luce, una canzone nuova... qui in questa via di nessuno mi sto frugando parole per far sognar qualcuno; ma che cos'è mai che mi fa credere ancora mi riga gli occhi d'amore e mi addormenterà dalla parte del cuore.
January 14 post londra, a ritmo di BeatlesUffa, Ivo si arrabbierà, ma ad Abbey Road non ci sono stata!!! Sarà per la prossima, tanto Londra è uno di quei posti che, dopo aver fatto la guida a St. Paul's, ho nel cuore e periodicamente devo "rivedere"... Stamani è strano, svegliarsi da sola e far colazione da sola e dover riaggiustare il planning giornaliero da sola (che poi ahimé è fatto di lavoro e studio, e non più di giri forsennati per musei e divertimenti)... Alla fine sì, "the family" di questi giorni mi manca... Betta, che silenziosamente si preoccupa che faccia la brava e mi salva nella mia totale assenza di senso dell'orientamento, in tutti i sensi; la Superprat, che magari 'sto blog lo leggerà pure, e che a forza di rock mi tira su e condivide l'entusiasmo artistico; Silvio, che è ormai un mentore, e che mi rovina la piazza! e con cui ormai bisticciamo come due coniugi in pensione e poi facciamo la pace a forza di sparare cazzate; Dami, il mio fratellino, una sola mente (più o meno perversa o candidissima); Massi, evviva l'informatica, che parla poco ma quando apre bocca fa schiantare; Cate, con cui parlare di tutto con sincerità estrema. E poi c'è Ian... e qui ripeto che la vita è buffa, e che trovarsi a passeggiare davanti a dove ci eravamo baciati 6 anni fa, e si piangeva come due cittini al momento del saluto, che non si sapeva, poteva essere per sempre, e invece poi rieccoti qui, a parlarne e riderci sopra, due veterani di guerra alle prese con le battaglie di tutti i giorni ("rubbish!", mi dice lui della sua storia da poco finita, e ora la voglio copiare questa espressione che fa fashion!!!). [PS e tanto per far musica british-o swedish?, mi viene in mente la linea in la minore dei Kings of Convenience, "Winning a battle, losing a war"... http://it.youtube.com/watch?v=TBJnUT3XZTE] L'abbraccio di Ian è una cosa da ricordare, pure, e il ricucire insieme quei frammenti di ricordi (la mostra di Vermeer, la coperta sul treno da Brighton, Cats a teatro, lui che mi dice "lovely", la canzone che mi aveva scritto, i disegni che gli avevo fatto)... come qualcosa di lontano lontanissimo, quasi appartenuto ad altri, e il rimpianto di quella semplicità ingenua e leggera ora che siamo "grandi". Ah, ma ne ho qualcuno di rimpianti di questa vacanza...:1, il cappello da "regina" da 230 sterline, sti cacchi! che mi sono provata da Lock's; 2, la Tate Modern, che non sono riuscita a rivisitare; 3, il mercato enorme di Chancery Lane, e menomale avevo detto che volevo comprare un po' di argenteria e invece ho riportato solo una quantità incomprensibile di libri e thé; 4, la cena da Simpson's e il pattinaggio di notte davanti a Somerset House, romanticissimo, ma decisamente abbiamo fulminato tutti i soldi e avremmo dovuto chiedere l'elemosina nel mio berretto (come ho provato peraltro a fare mentre facevamo i poveracci su una panchina di Chelsea); 5, non aver incontrato HUGH!!!!!! E tra le perle di questa maratona, ci metterei, al primo posto, me che all'aeroporto tiro fuori, per i liquidi che devo consegnare a parte, un sacchettino "cuki surgela" con tanto di filino di ferro, la stracciona!!!; Silvio che invasato mentre cerca l'edificio di Piano fa 1 km con una busta appicciata ai piedi; io la Prat e Betta, che puntiamo i figoni sulla metro (beh, un po' dovunque, via) e io che ci provo specialmente con quello che assomigliava al marito di quella bagascissima di Demi Moore...; la fuga all'aereo, come nei migliori film di spionaggio.
Diario di bordo del capitano Kirk, data astrale lunedì mattina e tante cose da fare. Dal Renaccio passo e chiudo.
January 13 vita nuova?mhhhBoh, ce l'hanno tutti il blog, alla fine ci passo da vecchia ciabatta antiquata se non lo metto anche io... Quindi tagliamo il nastro di questa novità elettronica che sempre più mi allontana da quel paradiso di incoscienza "artigianale" in cui mi piaceva pensare di arroccarmi. No, non credo che l'anno nuovo sia vita nuova, vita nuova è tutti i giorni, se uno vuole, il problema è quello... E poi questo ultimo rush del 2007 è stato tutto un riaffiorare di ricordi e sensazioni, e se c'è una cosa che mi ripeto, e mi stupisce con un sorriso di sollievo e insieme mi atterrisce dalla paura, è che... la vita è buffa, ed è assolutamente inutile pianificarla; e che ti puoi fidare di pochi, e che devi anzi diffidare anche di te stessa, ma che ci sono dei fili d'oro tra le persone e le cose, che brillano più degli altri nell'intreccio inimmaginabile degli incontri ("e degli inviti, direbbe Kavafis, che ne fanno una stucchevole estranea"). E allora a memoria del 2007, le cose che voglio ricordare le tengo lì, per benino, un po' più su della miriade di quelle brutte che troppo spesso prendono il sopravvento nei miei occhi e nella mia testa: Albrecht, che mi saluta mentre sono sul treno da Bruxelles ad Anversa; io e Marika, ubriache a Manresa, nel punto più assurdo del pianeta; Silvione, che mi porta alla botteguccia Ginori; Rady, che mi abbraccia mentre piango a dirotto e vorrei morire dal dolore; Ivo, che mi dice "passerà"; Christian, nonostante tutto, mentre guardiamo Torino di notte dall'alto e ridiamo della giornata incredibile (e di lui cento mille altre cose belle, che non esistono più, e che devo far finta di non aver mai vissuto); Ila e il Giomino, che ballano e io canto One; Marghe e Cla, mentre camminiamo per le Vie Cave di Sovana; le citte, mentre contiamo "le stelline"; Uli, che mi prende per mano; Dani, che ride e mi dice "testona!"; Ali e Bene, in quel bookshop che mi riempie di affetto; Mario col pancione, e Giami che mi chiama "zia mario"; Gabriele, che spettegola di storia dell'arte; i "ragazzi", in Biblioteca; i viaggi a Chianciano, con le ragazze; il cenacolo di Brandi, e le serate in redazione; Fede e gli altri, mentre leggiamo e cerchiamo di trovarci le risposte, lì dentro. Non ci sono risposte, ci si rassegna a questo. E siccome si sa che sono romanticona, per aprire quello che forse dovrebbe essere un diario, strimpello un po' su gli intramontabili Simon&Garfunkel "A time of innocence a time of confidencies; long ago it must be, I have a photograph, preserve your memories, they're all that's left you". |
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